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domenica 08 Gennaio 2017

Battesimo del Signore

Dal Sussidio CEI - Avvento-Natale 2015, a cura dell'Ufficio Liturgico Nazionale

Letture
Isaia 42,1-4.6-7 Ecco il mio servo di cui mi compiaccio.
Salmo 28 Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.
Atti 10,34-38 Dio consacrò in Spirito Santo Gesù di Nazaret.
Canto al Vangelo (cfr. Mc 9,7) Si aprirono i cieli e la voce del Padre disse: «Questi è il mio Figlio diletto: ascoltatelo».
Matteo 3,13-17 Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui.
 

In breve: La profezia fa appello alla fede e suscita responsabilità
- la presenza di Gesù non è una droga, che anestetizza il dolore
- l’annuncio del Regno non è un intrattenimento consolatorio, che lascia immutate le situazioni
- ma un appello a fidarsi dell’opera di Dio
- un invito ad assumersi le proprie responsabilità nel presente
- una possibilità di interagire con tutto il popolo dei figli di Dio

Al servizio di Dio

L’attesa del servo nel contesto dell’esilio
La profezia di Isaia parla di un misterioso e indeterminato “servo del Signore”. Sappiamo che l’orizzonte temporale è quello dell’esilio: il popolo in terra straniera sta sperimentando l’amarezza del fallimento, dovuta all’allontanamento da Dio. I suoi capi sono corresponsabili della catastrofe, perché si sono rivelati incapaci di guidarlo verso il bene.
L’elaborazione profetica della figura del “servo” nasce dunque da una dura esperienza. Riflettendo sul passato diventa possibile ricostruire tutta la catena di inganni che ha portato alla rovina: si è dato ascolto ai falsi profeti, che predicavano sicurezza, pace garantita da Dio, vittoria sui nemici, progresso inarrestabile. Il re e i capi si sono avvalsi della propaganda di seminatori di menzogna, incapaci di annunciare la vera Parola di Dio e portatori di discorsi consolatori, godibili, utili solo a solleticare le vanità e i sentimenti più grossolani del popolo.
Solo dopo la catastrofe l’inganno diventa manifesto, sono smascherati i falsificatori e si comincia a immaginare nella fede un futuro differente. Il popolo si pensa come “servo di Dio”, con una vocazione speciale, che potrà essere confermata e rinnovata. Anche nei confronti dei capi si nutrono aspettative più adeguate: non dovranno essere come quelli “degli altri popoli” (1Sam 8), ma appunto “servi di Dio”.

L’azione silenziosa ma reale
L’annuncio profetico delinea quindi un modo diverso rispetto al passato di mettersi al servizio di Dio e del popolo. Il vero “servo del Signore” non agisce in maniera chiassosa ed eclatante, non fa discorsi roboanti, non parte dai desideri di potenza e di grandezza. Comincia dal risanamento dei cuori infranti, la sua azione è rispettosa e delicata (“non spezzerà una canna incrinata”, Is 42,3), non spegnerà il lume della speranza. Un popolo vanitoso e orgoglioso si rende conto, attraverso la voce del profeta, di essere “uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42,3), che non ha bisogno di azioni grandiose, ma di una trasformazione che potrà essere operata solamente dalla misericordia, dalla tenerezza, da una cura discreta e invisibile, fuori dai riflettori.

Il popolo come servo
Da secoli gli esegeti si interrogano sull’identità del “servo”: è un personaggio storico, una figura poetica del futuro, o riguarda tutto il popolo? La lettura complessiva di tutto il contesto mostra chiaramente che tutto Israele è chiamato “servo di Dio”, ed è invitato a realizzare pienamente la sua vocazione. In esso deve avvenire quella trasformazione per cui i “ciechi” tornano a vedere, i “prigionieri” escono dalla loro reclusione, l’insegnamento di Dio viene portato fino ai confini della terra.

Il Figlio in cui Dio si compiace
L’attesa suscitata dalla parola profetica trova la sua realizzazione in Gesù, secondo una prospettiva inedita e sorprendente. Le parole del Padre al termine del Battesimo suggeriscono il compimento delle antiche promesse; e tuttavia Gesù è chiamato “figlio”, oltrepassando l’antica nozione di “servo”. Al servizio di Israele è mandato il Figlio stesso, in cui Dio “ha posto il suo compiacimento”. L’espressione è tipica dell’Antico Testamento: comporta una scelta, una missione, un incarico di responsabilità; più che l’aspetto funzionale però si sottolinea la piena fiducia e la sintonia profonda. Dio “ha posto il suo compiacimento” in Gesù, ed egli manifesta al mondo la misericordia stessa di Dio.

Gli inizi della missione
Il Battista esprime stupore per l’accesso di Gesù al suo battesimo; Gesù chiede di “lasciar fare”: ciò che sta accadendo corrisponde alla “giustizia”, anzi all’adempimento di “ogni giustizia”. Nel Vangelo di Matteo la “giustizia” è un termine-chiave, che ricorre anche con valore decisivo nelle Beatitudini (Mt 5,6.10): indica la volontà di Dio, ciò che a lui è gradito, per la quale si può essere “affamati” e “assetati”, per la quale si può anche accettare di essere “perseguitati”. Essa sfugge alle semplificazioni umane, esige di uscire dagli schemi rigidi del pensiero mondano. Anche nel momento del Battesimo la ricerca della “giustizia” conduce a un fatto inaspettato: Gesù scende nelle acque insieme ai peccatori, si fa in tutto loro fratello, manifestando proprio nel suo abbassarsi la condiscendenza di Dio, la sua tenerezza verso la fragilità del popolo, la sua volontà di farlo risalire e risorgere.

Ripartire dalla giustizia
Il movimento inaugurato da Gesù continua oggi. Noi, membra del suo corpo, siamo chiamati a conformarci al suo agire. Essere al servizio di Cristo, Servo e Figlio, significa adeguarci al suo modo di fare. Nel Battesimo vediamo che Gesù si immerge profondamente nel destino dell’umanità, pronto a condividerlo fino in fondo: questa è la “giustizia”, per la quale è gradito al Padre. Il Battesimo però è anche un punto di accesso del tutto speciale: richiama la conversione, il rapporto con Dio, la liberazione dal peccato, l’attesa escatologica. Gesù non accede alla storia di Israele sotto il versante politico, né sotto il versante militare, né sotto il versante trionfalistico del Tempio. Il Giordano è il punto di accesso alla Terra Promessa: lì dove è morto Mosè, lì dove era partito Giosuè, Gesù può ricominciare, mettendosi idealmente alla testa del popolo dei poveri di Dio. Partire dalla giustizia significa dunque partire dalla realtà dei fatti, dal punto di vista dei poveri, immergendosi nella concreta esperienza umana.

Ricominciare dalla realtà
Partire dalla giustizia significa anche rinunciare a grandi discorsi ad effetto, con valore solo propagandistico, così come rinunciare a gesti eclatanti, destinati a restare pure dichiarazioni di intenti. Dalla ripartenza di Gesù è escluso ogni aspetto trionfalistico ed esibizionistico. La realtà in cui Gesù vive è la realtà come appare agli occhi del Padre, che bruciano come paglia ogni apparenza, ogni rivestimento falsificante. Perciò la realtà in cui siamo chiamati a vivere è la realtà delle persone nella concretezza della loro esistenza, nell’unicità della loro identità, nei tempi lunghi che occorrono per instaurare relazioni, per maturare decisioni buone, per convertirsi pienamente alla volontà del Padre. La realtà in cui siamo chiamati a vivere è la realtà dei veri poveri: che non sono un’immagine pietistica da far vedere in televisione, né uno slogan buono per accaparrare offerte via sms. Come Gesù, anche noi credenti incontriamo i poveri faccia a faccia, nella faticosa realtà dell’esistenza, in cui la propaganda svanisce e la fragilità grida aiuto. Nessuna finzione pubblicitaria può compensare il reale impegno a favore dei fratelli e delle sorelle, secondo la carità di Cristo.

Dalla finzione pubblicitaria all’assunzione di responsabilità
Sgombriamo il campo dai pregiudizi: non abbiamo nulla contro i creatori di immagine, contro chi si adopera, con indubbio senso artistico e genialità, per far risaltare la bellezza, la qualità, l’efficacia di un prodotto. Comprendiamo bene anche come un simile processo non possa limitarsi al puro e semplice piazzamento dell’oggetto di acquisto: la pubblicità inevitabilmente tende a proporre e incoraggiare uno stile di vita; al di là degli oggetti stanno sempre dei valori.
Tuttavia rileviamo che spesso si fa un uso scorretto di strategie di tipo comunicativo e pubblicitario, anche al di fuori dell’ambito commerciale e di intrattenimento che è loro proprio, arrivando a confondere i livelli dell’esistenza. Dovremmo chiederci per esempio se l’azione politica può diventare soltanto un problema di campagna pubblicitaria, per l’uno o l’altro candidato, per l’uno o l’altro provvedimento. Oppure se il delicatissimo impegno per la giustizia venga davvero servito da una esasperata montatura giornalistica dei casi giudiziari. Se vale di più dichiarare di aver fatto, o dichiarare l’intenzione di fare, rispetto all’agire effettivo, si crea un’enorme distorsione. Non possiamo stupirci se i giovani sono più preoccupati di apparire sui social network, piuttosto che di crescere e maturare come persone vere.

L’ora della testimonianza
Gesù invita i suoi discepoli ad essere e fare, prima ancora che apparire. Egli stesso percorre ostinatamente questa strada, fino alla croce, che è l’equivalente dell’annientamento della sua immagine, ma arrivando alla risurrezione. Anche per noi, se perseguiamo la sua stessa giustizia nel nascondimento, verrà inevitabilmente l’ora della manifestazione e della testimonianza. La Chiesa nata dall’ascolto della Parola, trasfigurata dalla celebrazione liturgica, non sarà tanto preoccupata della propria immagine, ma di custodire e realizzare effettivamente il dono ricevuto.

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