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Saluto all'evento conclusivo della Campagna CEI “Liberi di partire, liberi di restare”

Eminenze,
carissimi amici,
qualche giorno fa, in questa stessa sala, abbiamo presentato il Rapporto Immigrazione curato da due organismi della Chiesa italiana (Caritas e Fondazione Migrantes). Oggi ci ritroviamo qui per l’evento conclusivo della Campagna “Liberi di partire, liberi di restare”, l’iniziativa straordinaria promossa tre anni fa dalla Conferenza Episcopale Italiana come risposta concreta al dramma delle migrazioni. È il segno eloquente di un’attenzione non sporadica al fenomeno migratorio, di un impegno globale e continuo che è testimonianza di una Chiesa in uscita, che vuole abitare il mondo e guardare con gli occhi del Vangelo chi sta per strada e cosa vi avviene. Con la Campagna “Liberi di partire, liberi di restare”, la Chiesa italiana ha contributo a cambiare la narrazione sui migranti, spesso falsata e utilizzata come leva per battaglie ideologiche. I progetti che sono stati avviati, infatti, hanno unito l’azione alla sensibilizzazione, la cura di quanti scappano da guerra e fame con la promozione di uno sguardo diverso nei territori, tra le comunità ecclesiali e civili. Non basta infatti garantire un tetto e un po’ di cibo: se non si favorisce l’incontro reale e non si offrono strumenti per l’integrazione, si consegnano i migranti all’emarginazione, alla ghettizzazione e alla criminalità organizzata. Ecco allora che i quattro verbi – accogliere, proteggere, promuovere, integrare – indicati da Papa Francesco nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2018 non possono essere considerati a sé stanti, quasi come se un’azione fosse possibile a prescindere dalle altre, o come se realizzarne una sia sufficiente. Questi quattro verbi costituiscono la magna charta di ogni politica migratoria che voglia essere efficace, ma anche dell’atteggiamento di chiunque si dica cristiano. Come ci ha ricordato più volte Papa Francesco, i migranti non sono numeri, statistiche, destinatari di uno o dell’altro provvedimento, ma volti, nomi, storie, persone che hanno aspettative, sogni e diritti. Diritto di vivere, di costruirsi un futuro migliore altrove o nella propria terra. In altre parole, diritto di partire, di restare e pure di tornare.
L’ideale, osserva il Santo Padre nell’Enciclica “Fratelli tutti” al n. 129, sarebbe “evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale”. Ma, aggiunge, “finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona”. Nei suoi tre anni di attività, la Campagna “Liberi di partire, liberi di tornare” ha finanziato – con i fondi dell’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica – 130 progetti per un totale di oltre 27 milioni di euro. Centodieci sono gli interventi avviati in Italia per quasi 15 milioni di euro: di questi 29 sono quelli promossi da associazioni, istituti religiosi e cooperative e 81 quelli voluti dalle diocesi.
Sette sono poi i progetti finanziati nei Paesi di transito – Marocco, Albania, Algeria, Niger, Tunisia e Turchia – per una somma di oltre 4 milioni e 200mila euro. Mali, Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal, Gambia, Guinea sono i Paesi di partenza dei flussi migratori in cui sono state avviate 13 iniziative per uno stanziamento complessivo di oltre 8 milioni di euro.
Se educazione e formazione (anche professionale), informazione, sanità, inserimento lavorativo, riconciliazione sono stati i principali ambiti d’intervento, bambini e donne sono stati i destinatari privilegiati della Campagna. I progetti, sia nel nostro Paese che in diverse nazioni del mondo, hanno mobilitato risorse e forze, cercando sempre di mettere al centro i migranti e renderli protagonisti del loro riscatto. Non si tratta “di calare dall’alto programmi assistenziali, ma di fare insieme un cammino per costruire città e Paesi che, pur conservando le rispettive identità culturali e religiose, siano aperti alle differenze e sappiano valorizzarle nel segno della fratellanza umana” (FT 129).
Solo riconoscendoci tutti fratelli potremo disinnescare le tensioni che ci abitano e che alimentano i conflitti nel mondo. Solo riconoscendoci fratelli potremo guardare l’altro non come un’insidia, un problema, un usurpatore, ma come persona degna di essere amata, soccorsa e aiutata. Solo riconoscendoci fratelli potremo affrontare le sfide che l’attualità ci pone dinanzi. Una delle lezioni che il tempo che stiamo vivendo ci consegna è che possiamo salvarci solo insieme, nessuno può farlo da solo.

14 Ottobre 2020

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