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Omelia e messaggio finale in occasione della Messa Crismale

Carissimo Monsignor Marco, presbiteri, che uniti a me ed al Vescovo Ausiliare formiamo un unico presbiterio, diaconi, servi di Cristo e del popolo santo, consacrati e consacrate, così preziosi nella chiesa, per la vostra testimonianza, e voi cari figlioli, alunni del Seminario, che con generosità vi state preparando all’ordinazione sacerdotale, famiglie, che il sacramento del Matrimonio ha reso “piccole chiese domestiche”, fedeli tutti di Cristo, il mio vuol essere stamani, un grande abbraccio a voi, qui convocati, e attraverso di voi a tutta la nostra amata chiesa perugina – pievese.
Oggi il protagonista di tutta la celebrazione e delle letture di questa Messa del Crisma è il Signore Gesù Cristo. È lui che viene prefigurato, come Servo, nella pagina del profeta Isaia, quella pagina che verrà proclamata dallo stesso Gesù nella sinagoga di Nazaret. Gesù ha vissuto il suo servizio agli uomini e al mondo col il dono di una vita spesa per tutti: – come abbiamo ascoltato – per i poveri, i prigionieri del peccato, gli oppressi (cf. Lc 4,18), attraverso quello che la Lettera agli Ebrei definisce un «sacerdozio che non tramonta» (Eb 7,24).
Gesù è davvero quel «sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli» (Eb 4,14), che cioè ha attraversato, con la sua passione e morte, una volta per sempre, quel santo dei santi celeste, offrendo la propria vita sulla croce.
Ma nel lezionario di questa celebrazione emerge anche il sacerdozio di tutti i credenti. La pagina del libro dell’Apocalisse che è stata proclamata si apriva così, con il saluto del veggente che si rivolgeva a Colui che «ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre». Giovanni sta parlando di un sacerdozio dei fedeli, avendo in mente un passo del libro dell’Esodo sul popolo di Israele chiamato ad essere «un regno di sacerdoti e una nazione santa» (cf. Es 19,6); ora Giovanni insegna che tutti i cristiani sono sacerdoti, ovvero «condividono una responsabilità attiva – nella Chiesa e nel mondo – collaborando con il Cristo per fare della storia il regno di Dio».
Come sono diventate vere queste parole nel tempo di astinenza, causata dal Coronavirus, durante il quale – l’ho ricordato più volte – soprattutto i laici hanno potuto «scoprire altre cose belle del nostro essere cristiani: la preghiera in famiglia, il gusto per la Parola di Dio, l’esperienza di sentirsi Chiesa domestica e il dialogo tra genitori e figli».
Ma il senso di questa solenne celebrazione, anche grazie alla sua normale collocazione nel Giovedì della Settimana Santa, è centrato in particolar modo sul sacerdozio dei presbiteri, di coloro cioè che – scelti tra il popolo santo di Dio – esercitano, come si legge nei documenti del Concilio Vaticano II, «un compito estremamente importante e sempre più arduo da svolgere nell’ambito del rinnovamento della Chiesa di Cristo» (Presbyterorum ordinis 1). È dunque opportuno sottolineare, anche in questa sede, «l’alta dignità dei presbiteri» (ibid.), che deriva non tanto dalle loro capacità, o dalla loro bravura, o dall’impegno con cui svolgono il loro ministero, ma dal dono dello Spirito e «in virtù della sacra ordinazione e della missione che essi ricevono dai vescovi».
Carissimi presbiteri, a nome mio e di tutto il popolo di Dio, di questa nostra amata Chiesa, vi ringrazio con tutto il cuore per il vostro impegno pastorale: non potrò mai dimenticare ciò che in questo periodo di epidemia, abbiamo insieme sofferto: al tempo stesso, mi piace additarvi, a quale dignità siete stati chiamati.
 Le promesse che avete fatto davanti al vescovo al momento dell’ordinazione, e che tra poco rinnoverete, sono un invito a rivedere ancora una volta la vostra vita, per renderla sempre più conforme al sacerdozio di Cristo servo.
A tal riguardo voglio ricordarvi che proprio ieri abbiamo celebrato la memoria liturgica di san Paolo VI, nel centenario della sua ordinazione presbiterale. Mi ha colpito rileggere quanto il vescovo che doveva ordinare Montini – giunto all’ordinazione con notevoli difficoltà – scriveva di quel seminarista poco prima di imporgli le mani: «È un giovane che ha tutte le più belle qualità, ma gli manca la salute. Vuol dire che lo ordineremo per il paradiso!» (Osservatore Romano 29 maggio 2020, p. 8). Carissimi presbiteri, il Signore ha saputo fare di quel giovane prete molto più di quello che il suo vescovo potesse prevedere: è allo Spirito Santo che dobbiamo lasciar fare, e al quale dobbiamo tutti affidarci, perché nonostante le nostre infermità – o, meglio, proprio grazie alla nostra debolezza! – ci faccia compiere il nostro ministero.

Sacerdozio di Cristo, sacerdozio dei fedeli, e sacerdozio ministeriale.
Mi soffermo ancora un istante su queste relazioni riprendendo ancora quanto papa Montini scriveva ripercorrendo il suo discernimento vocazionale: «Durante la mia gioventù, mi pareva di avere molteplici vocazioni, che erano richiami a una vita laica. Volevo essere senatore come mio padre, medico come mio fratello, contemplativo come mia madre… Ma volevo essere anche artista, oratore, viaggiatore, evangelizzatore… Come realizzare quelle vocazioni, numerose, contrarie e divergenti? Trovai la soluzione. Per accordare tutte le vocazioni laiche e per sublimarle, per essere un laico perfetto, non avevo che una soluzione: farmi prete!».
Quanto possiamo imparare, carissimi confratelli nel sacerdozio, e carissimi laici, da questa riflessione: il presbitero sa quanto sia importante la vocazione dei laici, che – per tornare ancora a questo tempo di pandemia – hanno vissuto il loro impegno nel mondo come medici, infermieri, operatori sanitari, e certamente attraverso queste loro opere hanno dato molto concretamente una vera e propria testimonianza cristiana. Ma i laici, da parte loro, non potranno dimenticare quello che preti, religiosi, religiose, consacrati in questi mesi hanno fatto per il popolo di Dio, anche a costo della loro stessa vita. E non possiamo non citare i 121 preti morti a causa del Covid-19. Ma, soprattutto, è grazie al sacerdozio ordinato che, anche senza la partecipazione assembleare del popolo di Dio, in questo tempo di pandemia, ha continuato ad attuarsi e a rendersi presente il gesto di Cristo che si offre al Padre ogni volta che si fa memoria della sua Pasqua: è il sacerdote che, agendo in persona Christi, nella celebrazione quotidiana dell’eucaristia, ha continuato ad offrire il corpo di Cristo per tutti, pregando incessantemente per il bene della Chiesa e del mondo.
Fratelli e sorelle carissimi, solo lo Spirito di Cristo, eterno sacerdote, può tessere l’unità tra le diverse vocazioni della Chiesa, tra il sacerdozio dei fedeli e il sacerdozio ministeriale. Da stasera celebreremo la memoria della prima Pentecoste, quella in cui la chiesa di Gerusalemme, impaurita e chiusa in una stanza, trova dallo Spirito Santo la forza per uscire e proclamare che Gesù, il crocifisso, è risorto.
Il Signore doni a noi oggi lo stesso Spirito, e ci insegni a costruire l’unità, fino all’avvento del Regno e al ritorno di Cristo. Amen.

Messaggio finale
Carissimi, finalmente sembra che siamo in una fase di ripresa. Abbiamo riaperto le chiese e adesso dovremo impegnarci tutti quanti, e tutti insieme, per riprendere le nostre attività e i nostri spazi pastorali.
Visto il periodo, il mio pensiero va ai grest. Quanti ragazzi abbiamo accolto in questi anni! Quanti giovani abbiamo valorizzato! Quante famiglie abbiamo aiutato! E in questo periodo dobbiamo far sentire ancor più forte il nostro essere Chiesa, far sentire ancor di più la nostra presenza. Molte famiglie dovranno lavorare tutto il giorno, senza godere delle vacanze estive. Per questo, se negli anni passati abbiamo cercato di coprire uno spazio temporale di due o tre settimane, forse questa volta davvero siamo chiamati a essere presenti per due o tre mesi. Mi direte: che fatica! Lo comprendo bene, non sarà facile, dovremo rispettare sicuramente delle regole. Ma, in attesa di avere delle linee guida ufficiali, io voglio farvi un invito, e utilizzo le parole che il Santo Papa Giovanni Paolo II, di cui da poco abbiamo celebrato il centenario della nascita, rivolse nel 2000 proprio ai giovani, durante la Giornata Mondiale della Gioventù: “Non abbiate paura!”
Non abbiate paura, cari fratelli, ad aprire, nei modi in cui sarà consentito, i vostri oratori. Quest’anno dobbiamo puntare in alto, perché siamo chiamati a fare un servizio che forse nemmeno noi immaginavamo. E sono convinto che, le famiglie che riusciremo ad aiutare, ce ne saranno riconoscenti perché avvertiranno la presenza di una chiesa attenta e materna.
 

30 Maggio 2020

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