Omelie Veglia di preghiera Basilica di San Giovanni in Laterano 7 aprile 2005

Non abbiate paura – Omelia di S.E. Mons. Giuseppe Betori

«Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino?» (Lc 24,17). Così Gesù si rivolge ai due discepoli sulla strada di Emmaus. E anche la domanda che questa sera fa a tutti noi: Di che cosa parlate? Quali pensieri passano per la vostra mente? Quali timori, quali paure pesano sul vostro cuore? Anche il nostro volto è triste questa sera, come quello dei due discepoli che fuggivano da Gerusalemme. Noi non siamo fuggiti; anzi, siamo accorsi qui, per riunirci attorno al nostro caro Santo Padre che ci ha appena lasciati. Ma se guardiamo nel profondo di noi stessi, potremmo scoprire che qualche motivo di fuga – da noi stessi, dalle nostre responsabilità, forse da una solitudine… – può nascondersi anche dietro questo grande gesto di amore. C’è sempre qualcosa da purificare nelle azioni degli uomini. Dobbiamo e vogliamo farlo anche questa sera.
I due discepoli sulla strada di Emmaus lasciavano una croce vuota e un sepolcro su cui era stata rotolata una pietra. Anche dietro le nostre spalle sta la morte di una persona cara. Gesù aveva appena lasciato i suoi discepoli; le voci che giravano tra loro e parlavano di un sepolcro vuoto e di apparizioni di angeli non bastavano per sanare la ferita che portavano nel cuore. Anche Giovanni Paolo II, il grande testimone di Gesù per noi, ci ha lasciati; e non basta averne visto per un’ultima volta il volto scavato dalla malattia per addolcire il distacco, come non basta riascoltarne le parole per non sentire la nostalgia della sua voce. Non possiamo negare che la tristezza ci avvolge. Ma ci sono molti modi di essere tristi: alcuni conducono al non senso, alla pigrizia, perfino alla disperazione; altri invece possono diventare seme da cui germoglia una più profonda gioia. Era triste il giovane che si era rivolto a Gesù per avere da lui una risposta alla domanda sul segreto della vita, ma si era allontanato incapace di staccarsi dalle sue molte presunte ricchezze per seguire il Maestro (cf Mt 19,22). La mancanza di una vera libertà, dalle cose e da se stessi, fa rimanere nella tristezza. Erano tristi gli apostoli nella notte del Getsemani, mentre dormivano, incapaci di condividere con Gesù l’agonia, la lotta che è chiesta nei momenti in cui ne va di noi stessi e della nostra identità (cf Lc 22,45). L’incapacità di condividere con il fratello il dramma della sua vita, ci chiude spesso nel guscio di un egoismo triste. Anche Gesù è triste in quella notte. Egli prova «tristezza e angoscia». Giunge a dire ai discepoli: «La mia anima è triste fino alla morte». Ma Gesù assume questa tristezza non come un destino, bensì come una prova, da cui esce consegnandosi al Padre: «Non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26,37-39). E la strada che indica anche a noi, suoi discepoli: accogliere la volontà del Padre fa sì che la tristezza si trasformi in gioia. Per Gesù è una vera e propria gestazione: «La donna quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16,21). Questa sera il Signore ci chiede di fare di questa tristezza una prova e di questa prova un passaggio per rigenerare la nostra vita. Gesù ci chiede di dare vita in ciascuno di noi ad un uomo “nuovo”, che assomigli a lui: «Ecce homo!», «Ecco l’uomo!» (Gv 19,5), dice Pilato. Quel volto, dolente ma regale, è lo specchio della vera umanità. E Lui la nostra verità: «Io sono la via, la verità e la vita… Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce» (Gv 14,6; 18,37).
Da soli è impossibile fare questo passaggio, questa Pasqua del nostro cuore. Come sulla strada di Emmaus, anche noi abbiamo bisogno che sia Gesù a prenderci per mano, a dirci la parola che illumina, a rimproverarci con la severità che è permessa solo a chi ci ama fino in fondo, ci ama nonostante tutto quello che noi siamo: «Stolti e tardi e di cuore nel credere» (Lc 24,25). E la parola di Gesù è chiara e decisa di fronte al mistero della morte. Per la sua morte, anzitutto: «Vado al Padre… Ancora un poco e non mi vedrete… Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16,9.16.22-23). La morte di Gesù non è l’esito definitivo della sua vita. Il Signore è risorto! La sua croce è vuota. Nel sepolcro il suo corpo non c’è più. Ma la parola di Gesù è altrettanto chiara anche per la sorte di chi lo segue: «Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato» (Gv 17,24). Stando con Gesù sulla croce, attraverso la croce entriamo nella risurrezione. Così la fede ci fa vedere il volto trasfigurato del Santo Padre: con i segni della sua personale passione, ma con la gloria della luce di Cristo risorto. Questa sera ci è chiesta questa prova della fede. Dobbiamo affermare davanti al mondo che il nostro ritrovarci qui non è la ricerca egoistica di una consolazione nel vuoto lasciato da qualcuno che non c’è più, e neppure l’espressione della nostalgia per una presenza che ci ha abbandonato, ma il gesto d’amore verso Giovanni Paolo II che sappiamo vivo oltre la morte, vivo in Cristo e vivo tra noi. Noi qui siamo qui chiamati a una grande professione di fede: una fede che non trema di fronte all’evidenza della morte. Noi qui con la nostra presenza proclamiamo che Cristo è risorto e in lui tutti noi risorgeremo, in lui Giovanni Paolo II già vive in attesa della risurrezione finale. Con san Paolo gridiamo al mondo: «Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti … Tutti riceveranno la vita in Cristo» (1 Cor 15,20-22).
Tante volte Giovanni Paolo II ha proclamato questa fede. Così ci parlò per la prima volta, il 22 ottobre del 1978, in piazza San Pietro: «Voi tutti che già avete la inestimabile ventura di credere, voi tutti che ancora cercate Dio, e pure voi tormentati dal dubbio, vogliate accogliere ancora una volte le parole pronunciate da Simon Pietro, In quelle parole è la fede della Chiesa. In quelle stesse parole è la nuova verità, anzi, l’ultima e definitiva verità sull’uomo: il figlio del Dio vivente. «Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente»”. Ci disse queste parole e con il gesto ci mostrò la croce di Cristo, anzi la protese verso di noi. Dobbiamo confessarlo, non tutti lo capimmo subito. Non capimmo fino in fondo questa sua insistenza a indicarci Cristo: ci sembrava che ci fossero altri problemi più urgenti da affrontare nel mondo. Non capimmo del tutto questo suo forte richiamo alla fede, al bisogno di testimoniarla, di annunciarla all’umanità di oggi in tutta la sua verità e in tutte le sue esigenze. Magari lo abbiamo ascoltato distratti. E allora lui ci è venuto a cercare. E venuto a cercare soprattutto i giovani, in cui lui ha riconosciuto da sempre la speranza del mondo. Venti anni fa ci ha chiamati. Era la prima Giornata Mondiale della Gioventù, qui a Roma. Lo ha fatto poi ogni anno, andando a cercarci in ogni angolo della terra, portandoci con lui da Chestokowa a Manila, da Denver a Parigi, da Roma – a Tor Vergata – fino a Toronto. La memoria di ciascuno di noi si affolla in questo momento di ricordi: parole, gesti, incontri rivivono nel nostro cuore. Vorremmo ora poter guardare ancora il volto paterno di Giovanni Paolo II, vorremmo poter ascoltare la sua voce, vorremmo poterlo ancora seguire. Ma proprio la fedeltà a lui ci impone di attraversare con lo sguardo la sua figura e di giungere al volto che egli ci ha sempre indicato: Gesù Cristo. Giovanni Paolo II ci ha insegnato questo: guardare a Gesù, fissare il nostro sguardo su di lui, per scoprirne la bellezza e quindi la bellezza del progetto di vita che egli è per noi; ascoltare Gesù, la sua parola di verità, che dà risposta alle domande più profonde della mente e del cuore dell’uomo e indica cammini ardui e proprio per questo all’altezza delle nostre aspirazioni; seguire Gesù nel cammino della nostra vita, lasciandoci accompagnare da lui che ci sorregge con forza nei momenti della nostra debolezza e ci abbraccia con la dolcezza della sua misericordia nelle nostre cadute. Noi andavamo da Giovanni Paolo II con i nostri problemi: le nostre solitudini e la voglia di un’amicizia e di una compagnia così difficili da conquistare in questa società caotica e distratta; la nostra fatica a darci un volto sereno di uomini e di donne, assediati dal logoramento dei rapporti personali, da modelli di sessualità senza spessore umano, da tecnologie senz’anima che pretendono di svincolarsi da ogni etica; le nostre aspirazioni di giustizia e di pace, frustrate dalla complessità crescente dei fattori economici, sociali e politici; le nostre povertà ecclesiali, magari le nostre stesse rivalità, le nostre stanchezze che frenano lo slancio della missione. A ognuno di questi interrogativi il nostro caro Papa ci ha dato sempre un’unica risposta: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! … Non abbiate paura, Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo Lui lo sa!». Questo invito vogliamo accogliere questa sera. Vogliamo riconfermare la nostra fedeltà a Giovanni Paolo II impegnandoci a questa disponibilità di cuore per fare posto a Cristo nella nostra vita, perché lui solo sia la nostra luce, da lui solo ricerchiamo la nostra forza, lui solo riconosciamo come il Signore della nostra vita. Cinque anni fa sulla spianata di Tor Vergata una moltitudine immensa di giovani guardava verso un uomo anziano, un piccolo punto bianco nell’immensità dello scenario. Ma dietro quell’uomo che ci parlava, ci spronava, ci chiamava ciascuno per nome, che pregava con noi, con noi cantava e muoveva le sue stanche braccia… dietro quell’uomo stava una grande immagine di Cristo che quasi lo sovrastava, ma che ben esprima la volontà di Giovanni Paolo II di essere un testimone, uno che indicava la strada, che indirizzava il nostro sguardo verso Gesù Cristo. Nell’aprire quella Giornata Mondiale della Gioventù ci aveva chiesto: «Che cosa siete venuti a cercare? O, meglio, chi siete venuti a cercare? La risposta non può essere che una sola: siete venuti a cercare Gesù Cristo». E a Tor Vergata aveva completato: «è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare». Anche questa sera Giovanni Paolo II vuole che guardando il suo corpo ormai immobile possiamo giungere a vedere, riconoscere e quindi proclamare Gesù Cristo. Vogliamo farlo come faceva lui, affidandosi a Maria. Ce lo ha ripetuto anche nel suo testamento, invocandola come «Madre della mia speranza». Nel chiudere quella indimenticabile Veglia, il Papa disse che i giovani avevano fatto un grande chiasso e che quel chiasso era giunto fino a Roma e che Roma non lo avrebbe mai dimenticato. Santo Padre non lo abbiamo dimenticato! Siamo qui a dirti che non vogliamo avere paura, che la strada che tu ci hai indicato è la nostra strada, il volto di Gesù che ci hai mostrato è la nostra verità, il cuore di Gesù che ci hai aperto è il nostro rifugio, la morte di Gesù che tu hai condiviso e la risurrezione di Gesù verso cui ti sei incamminato sono la nostra Pasqua. «Davvero il Signore è risorto» (Lc 24,34). Come i due discepoli di Emmaus, anche noi, tornando alle nostre case, domani potremo riferire ciò che sta accadendo lungo la strada della nostra vita e come abbiamo riconosciuto Cristo nello spezzare il pane dell’esistenza mortale del suo servo, il nostro Padre e amico, Giovanni Paolo II.

07 Aprile 2005

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