Messaggio per la 14ª Giornata mondiale della vita consacrata – 2 febbraio 2010

Messaggio per la 14ª Giornata mondiale della vita consacrata - 2 febbraio 2010
Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica Novo millennio ineunte, si diceva lieto di aver potuto beatificare e canonizzare tanti cristiani che si sono santificati nelle condizioni più ordinarie della vita. Aggiungeva che “è ora di riproporre a tutti con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria” (n. 31). Nella stessa linea, il Santo Padre Benedetto XVI offre a tutta la Chiesa un Anno Sacerdotale, al cui centro ha posto il ricordo di un santo sacerdote, il Curato d’Ars. Questi, infatti, ha veramente vissuto i giorni ordinari in maniera straordinaria. A lui devono guardare anzitutto i sacerdoti. Ma la luce che promana dalla sua santità illumina i cuori cristiani e, in particolare, apre una finestra sul cielo alle anime di vita consacrata. A loro chiediamo di fare proprie le intenzioni che il Papa raccomanda a tutti in questo anno.

La prima di esse riguarda i sacerdoti: occorre pregare perché siano immagine viva del Signore Gesù e portino l’amore di Dio alle comunità loro affidate. Una seconda intenzione tocca i giovani: siamo invitati a pregare perché possano apprendere dal Santo Curato d’Ars quanto sia necessario, umile e glorioso il ministero sacerdotale che Gesù affida a quanti accolgono la sua chiamata. La preghiera per le vocazioni si estende a tutta la comunità, affinché ciascuno accolga e valorizzi i carismi donati con abbondanza dallo Spirito Santo.

In questa speciale Giornata vogliamo quest’anno lasciarci guidare da ciò che il santo Curato d’Ars ha ricevuto dall’incontro con la vita consacrata. Si possono ricordare in proposito almeno tre momenti: la Prima Comunione, la preparazione al sacerdozio, il desiderio costante di una vita contemplativa. Quanto alla Prima Comunione, a preparare Giovanni Maria Vianney furono due religiose il cui convento, negli anni della rivoluzione francese, era stato distrutto e la cui comunità era stata dispersa. Le chiese erano chiuse e per pregare ci si doveva nascondere. Per la celebrazione della Prima Comunione fu scelta una casa di campagna. Era il tempo della mietitura: per precauzione, davanti alle finestre erano stati allineati carri di fieno, che vennero scaricati durante la funzione. Le madri avevano portato, ben nascosti sotto i lunghi mantelli, il velo per le bambine e la fascia per i fanciulli. San Giovanni Maria Vianney non dimenticherà mai la grazia di quel giorno e anche dopo molti anni ne parlerà con commozione. Si sentì sempre debitore nei confronti delle due religiose che, con sprezzo del pericolo e fedeli alla loro consacrazione, lo accompagnarono a ricevere, per la prima volta, Gesù nel sacramento dell’Eucaristia.

Anche la formazione al sacerdozio mise in contatto il Vianney con la vita consacrata. Figura assolutamente fondamentale per il suo cammino fu l’Abbé Charles Balley, Canonico Regolare di Sant’Agostino, un vero confessore della fede ai tempi della rivoluzione francese. Parroco di Ecully, gli venne presentato il giovane Vianney, ormai quasi ventenne, perché gli fornisse la formazione necessaria per diventare prete. Inizialmente cercò di sottrarsi a tale compito che gli pareva eccessivo, considerata l’età del giovane e il fatto che fosse quasi analfabeta. Ma poi ebbe un’improvvisa intuizione. Fissato lo sguardo su di lui, assunse il proposito di prenderlo con sé e di sacrificarsi per lui. Lo accompagnerà così fino al sacerdozio e lo terrà per due anni come vicario parrocchiale.

Va infine ricordata l’aspirazione del Santo Curato d’Ars alla vita contemplativa. Dopo due anni di presenza ad Ars emerse il suo dramma interiore: si sentiva inadeguato alla cura pastorale, ritenendo di non avere scienza e virtù sufficiente. Giudicava un atto di presunzione l’aver accettato l’incarico. Si domandava se la sua vera vocazione non fosse piuttosto la solitudine e la contemplazione. Per tutta la vita proverà, come intimo tormento, la tentazione di lasciare il gregge per avere più tempo per la preghiera e la meditazione. Sarebbe andato volentieri in una trappa o in una certosa, ma i superiori non acconsentirono a tale aspirazione. Quanto a lui, il suo tormento interiore non ne intaccò l’impegno pastorale, a cui si dedicò con tutte le forze, di giorno e anche di notte, per la vita intera. Fu un vero pastore con l’anima del contemplativo.

Sono almeno due gli inviti diretti ai consacrati che ci sembra di poter cogliere dalla testimonianza del Santo Curato d’Ars. Il primo si lega al nucleo più intimo del suo essere: la sua vita personale e il suo ministero hanno sempre avuto al centro la ricerca di una pura e semplice essenzialità. La vita consacrata non è forse una chiamata a essere testimoni dell’essenziale? Vi è, poi, un secondo invito: quello di coltivare la compagnia dei santi. Le ricchezze a cui attingere conoscendo e approfondendo la storia della santità sono immense. Possiamo usufruirne ampiamente, ma possiamo anche trascurare tale opportunità lasciandola, in certo senso, sepolta. Se la conoscenza della storia della santità è fonte di grande illuminazione e conforto, l’ignoranza di questo tesoro ci rende poveri e spesso anche miopi nel discernere il presente e nell’affrontare le responsabilità che ci sono affidate. E dunque fondamentale nutrirci di ciò che ci immerge nelle profondità del Vangelo, reso visibile, udibile e palpabile dai grandi testimoni che ci precedono nel cammino della Chiesa. Se la nostra compagnia diventerà sempre più quella dei santi, saremo aiutati a comprendere la volontà di Dio per ciascuno di noi e saremo dolcemente sospinti a darvi una risposta positiva e generosa.

Sorretti dall’esempio del Santo Curato d’Ars, facciamo nostra in questa giornata la preghiera della liturgia: “O Dio, che unisci in un unico volere le menti dei fedeli, concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi, di desiderare ciò che prometti, perché tra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori, dove è la vera gioia”.

Roma, 22 novembre 2009
Solennità di Cristo Re dell’universo

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