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19 settembre 2018

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Dalle diocesi i primi 2250 posti
per un'eventuale ospitalità

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La situazione in Libia sta degenerando e le prime conseguenze a cui assistiamo sono le decine di migliaia di profughi che si stanno riversando ai confini con la Tunisia e l’Egitto.L’esercito tunisino e la protezione civile tunisina, in particolare, stanno cercando di dare un sollievo a questi profughi ma i numeri sono tali da non permettere un’azione efficace. Sono scese in campo anche le organizzazioni umanitarie che – tra mille difficoltà – stanno provvedendo al rimpatrio attraverso voli charter. L’Egitto ha inviato una nave militare, assolutamente insufficiente per le decine di migliaia di egiziani in attesa di tornare a casa.
 
Nei Paesi del Nord Africa
Le Caritas di Tunisia e di Egitto si uniscono agli sforzi. È commovente vedere la risposta immediata della gente che lancia i pezzi di pane al di là della frontiera.
Dalla Libia arrivano i ripetuti appelli di S.E. Mons. Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli a non dimenticare i più poveri e abbandonati fra questi: gli eritrei, rifugiati che non possono rientrare nel loro paese. La chiesa di Tripoli è rimasta il loro unico rifugio sicuro.
“Spero che altri Paesi, oltre all’Italia, prendano a cuore il problema di queste persone, che non possono rimanere in Libia perché la situazione è molto precaria”.
Finora infatti solo l’Italia ha accolto l’appello umanitario di Mons.Martinelli, annunciando l’impegno a provvedere alla messa in salvo di 54 persone. “Non sono stati minacciati – prosegue il vescovo – ma il problema è che al momento non esiste un ufficio al quale rivolgersi per ottenere dei documenti di identità. Servono urgentemente aiuti, soprattutto cibo, in particolare alimenti per bambini”.
Intanto la piccola Caritas della Tunisia, con il sostegno dell’intera rete Caritas, ha inviato tre suore verso il confine. Un piccolo segno di presenza e di vicinanza a quanti fuggono, così come l’analoga missione di Caritas Egitto verso il confine, anch’essa sostenuta dalla rete Caritas.
Caritas Italiana segue in particolare l’evolversi della situazione in Libia per facilitare appena possibile i primi interventi su entrambe le sponde del Mediterraneo.
Concordemente alle Nazioni Unite Caritas Italiana sta anche facendo “pressione” sul governo italiano affinché si faccia portavoce a livello internazionale di questa situazione urgente. Peraltro i cittadini dell’Africa Sub sahariana presenti a Tripoli sono costretti a rimanere chiusi in casa per timore di rappresaglie e quindi né si possono spostare verso i confini né riescono a procurarsi il cibo necessario per andare avanti. Sono in corso contatti con alcuni paesi di origine come Niger e Nigeria per provvedere anche al rimpatrio di queste persone.
 
A livello internazionale
Caritas Italiana resta dunque in contatto con le Caritas dei paesi coinvolti in questi eventi. In particolare si è concordata con il vescovo di Tunisi la necessità di un primo impegno a sostegno dei profughi presenti al confine libico. C’è stato anche un incontro con il capo missione dell’OIM (Organizzazione Mondiale per le Migrazioni) e si è condivisa la necessità di una task force mista in cui sia presente anche Caritas Italiana oltre all’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) che già opera attivamente in loco.
Caritas Internationalis sta seguendo e tenendo i contatti con le Caritas della regione Medio oriente e Nord Africa oltre che con gli operatori di altri paesi europei che potrebbero dare un contributo in questa fase di emergenza. In particolare, considerati i delicati problemi giuridici che derivano da questa situazione, Caritas Internationalis ha promosso la costituzione di un gruppo di lavoro ad hoc per discutere circa lo status giuridico di queste persone e le relative misure di accoglienza, rimpatrio, allontanamento, reinsediamento, evacuazione, ecc. Caritas Italiana è stata invitata a far parte di questo gruppo tecnico.
 
A livello nazionale
Sono ripresi gli sbarchi a Lampedusa e Linosa e in meno di 24 ore hanno portato sull’isola maggiore circa 500 persone, tutte di cittadinanza tunisina fra cui alcune donne e minori. È in visita a Lampedusa l’arcivescovo di Agrigento S.E. Mons. Francesco Montenegro con il direttore della Caritas di Agrigento Valerio Landri. Al momento presso il centro di accoglienza a Lampedusa ci sono posti per qualche altro centinaio di persone visto che i precedenti ospiti sono stati trasferiti nei giorni scorsi. A questo proposito si è registrata un’accoglienza assolutamente difforme sul territorio nazionale: alcuni tunisini sono stati trasferiti nei CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo), altri nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione), altri hanno avuto il foglio di via e si sono dispersi. Peraltro molti sono riusciti a raggiungere la Francia dove le autorità stanno provvedendo a rintracciarli per procedere alla loro espulsione.
Nonostante le osservazioni di Caritas Italiana, UNHCR, OIM e Croce Rossa, sembra confermata l’intenzione del Governo di trasferire a Mineo tutti i richiedenti asilo presenti nei CARA così da liberare questi ultimi per potervi collocare quanti arriveranno con i prossimi flussi.
 
Intanto Caritas Italiana resta in costante collegamento con l’arcivescovo e la Caritas di Agrigento e con la Delegazione regionale delle Caritas della Sicilia. In particolare:
  • con riferimento al progetto per l’animazione dei minori stranieri ospitati nel centro di accoglienza di Pozzallo ha individuato due operatori ed ha ottenuto il via libera dalla Prefettura di Ragusa. Si attende solo l’ultima autorizzazione da parte della questura;
  • circa la presenza di un operatore fisso a Lampedusa, la Caritas di Agrigento ha ricevuto una serie di candidature che sta provvedendo a selezionare;
  • l’impegno di prevedere un eventuale operatore Caritas a Mineo è al momento “congelato” in attesa di conoscere l’evolversi della situazione.
A livello locale
Il monitoraggio delle strutture di cui dispongono le Caritas diocesane per una eventuale ospitalità in emergenza, sta procedendo. Al momento hanno risposto circa una quarantina di diocesi che hanno messo a disposizione poco meno di 2.250 posti concentrati soprattutto al sud e in particolare in Sicilia.
 
03 marzo 2011

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