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Santità,
casa senza tetto

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“Essere saldi nella fede e radicati in Cristo, vuole dire necessariamente unire la fede e la fedeltà. Non sono due momenti o due realtà distinte, ma sono le due facce della stessa medaglia. La fede e la fedeltà sono un tutt’uno”. Mons. Solmi, vescovo di Parma incoraggia i giovani a non temere di essere testimoni per gli altri, ricordando che la fede trova il suo senso quando si trasforma in carità: amore gratuito.

Il Catechista afferma che se lasciamo scorrere questo amore dentro di noi riusciamo ad adottare uno stile di vita conforme alla vita vissuta da Gesù. Ammette che intraprendere la strada di fede e carità non è semplice, ma la forza ci viene proprio dalla nostra amicizia con Lui e da quella preghiera che riusciamo a tradurre in buone azioni. “Avverto – precisa il Vescovo – dentro di me, allora, un progredire bellissimo: metto alla base i comandamenti, so bene che se li nego, rinnego con il Signore, la mia stessa umanità che Lui ha redento, ma so anche che sono proteso ad un di più che vedo e riconosco progressivamente nel cammino della fede”.
Il Catechista per enfatizzare quanto cresce la fede se vissuta come dono gratuito agli altri, si rifà ad un’immagine suggestiva: “La mia vita ha una base certa, ferma, ma non ha un tetto: cresce in continuazione…è la via dell’essere santo e il Signore, come per il giovane ricco la sollecita sempre più, amandoci”. Mons. Solmi anticipa una domanda che i suoi giovani ascoltatori potrebbero porre: quando riusciamo a vivere questa fede e fedeltà verso Gesù? Senza parlare di situazioni lontane dal vissuto dei ragazzi, il Vescovo afferma che siamo fedeli a Lui quando incontriamo i poveri, i deboli, gli emarginati e ci mettiamo al loro servizio.
“La compassione verso chi sta male, anche la rabbia verso l’ingiustizia, la solidarietà e la protesta prendono anima dall’incontro con il Signore e io cerco per me e per il fratello una vita piena, libera dal peccato e dall’ingiustizia e nella pace con Dio trovo la pace con me stesso e la forza di essere operatore di pace”. Così il Catechista sprona i giovani ad essere artefici di miglioramento non solo della loro storia ma di quella della società, del mondo. “Solo radicato in Cristo – chiarisce – davanti al male del mondo, all’ingiustizia che sembra vincere e che mi rende impotente, si trova la speranza di rimanere a combattere perché so che c’è una Speranza che nasce dalla croce e che c’è una giustizia superiore di quella degli uomini e una salvezza che abbraccia tutti anche quelli che io non posso aiutare”. Il Catechista ci tiene a precisare che da questo amore vissuto quotidianamente prende vita l’annuncio proprio perché la passione di un innamorato non si può tenere nascosta. Quindi Mons. Solmi stimola i ragazzi a non nascondere l’amore verso loro stessi, verso la propria famiglia, i propri amici, i propri insegnanti. Perciò il Catechista enfatizza il grande ruolo dei giovani come annunciatori dell’amore di Gesù così da mostrare ad altri la via da seguire per essere pienamente felici. Questo perché, come ci ricorda il Vescovo, la strada di Dio è anche la nostra. “Uno direbbe in fin dei conti – sollecita il Vescovo – un prete lo fa per mestiere ma per un giovane è diverso: vedo un’efficacia maggiore, più incisiva”.
Mons. Solmi sa toccare il vissuto dei ragazzi, si rifà ad esempi vicini alla loro esperienza e li incoraggia ad assumere le loro responsabilità e la loro missione. “Sono convinto – esorta Mons. Solmi – che non sia un caso che voi siate in quella scuola, in quell’università, in quel lavoro e in quella famigli ma lì siete per riflettere, come un prisma rifrangente, la luce della fede e, perché no anche accoglierla”. Quindi cerchiamo di “essere segno per essere testimone di una ricchezza diversa, rispetto a quella che comunemente si cerca e che rischia di fasciare di mediocrità la vita di tanti giovani cristiani e comunque di tanti giovani”. Dunque mons. Solmi oggi invita i ragazzi a testimoniare perché “testimoniare è rimanere dentro e andare oltre” e perché fede, fedeltà e testimonianza “intrecciati nella compagnia della Chiesa, sono come i capi di un canapo, di un corda che è intrecciata bene, tiene, come quelle che danno sicurezza in montagna e che anche sollevano quando uno non ce la fa… così si raggiungono mete che da soli non avremmo mai pensato neanche di avvicinare…”.
19 agosto 2011

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