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18 agosto 2018

Sant'Elena
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Perché non ci siano
vite a perdere

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Ha ripreso l’icona del giudizio finale – con la quale mons. Andrea Manto, direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della sanità, ha aperto sabato 17 marzo, a Roma, il seminario di studio “Salute e carcere: quale pastorale” – Giovanni Tamburino, Capo Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, soffermandosi sull’apparente «povertà» di quel “mi avete visitato”, pronunciato da Cristo a quanti l’avranno riconosciuto nella persona dei carcerati.
Una risposta che “resta sulla soglia”, che non «risolve» alla radice il problema del male, la presenza di quel “mistero d’iniquità”, che si impone con “immane concretezza”: una debolezza che, sul piano personale, Tamburino accosta a un lavoro – quello all’interno del mondo penitenziario – segnato da “problemi irrisolti e forse insolubili”, vuoi per la carenza di risorse, vuoi – ad un livello ancora più profondo – perché “la risposta sanzionatoria, per quanto necessaria, rimane paradossale, visto il malessere che induce”. Il clima di afflizione, con le conseguenze che porta sulla salute, contagia “non solo i detenuti, ma anche gli operatori, estendendosi a quanti nel carcere lavorano”.
Su questo sfondo, Tamburino ha valorizzato il decreto del Consiglio dei Ministri del 2008, che ha sancito il passaggio della sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale: “E’ evidente che i limiti e le difficoltà che si frappongono alla realizzazione concreta del diritto fondamentale alla salute sono un riflesso delle carenze che l’assistenza sanitaria conosce anche per le persone libere”, ha aggiunto, facendo riferimento alla restrizione delle risorse economiche e anche alla loro differente distribuzione sul territorio.
Un carcere più sano – ha lasciato comunque intendere – è possibile, “senza grandi rivoluzioni: ci sono le condizioni per una trasformazione che riduca il sovraffollamento, qualifichi la presenza degli operatori, introduca maggiore lavoro quale strumento di benessere e umanizzi il clima, migliorando le relazioni interne”. Si tratta di una trasformazione – ha concluso – che richiede il superamento di tutte quelle forme di mancata collaborazione e integrazione, nella consapevolezza che “la realtà del carcere ci riguarda tutti”.
Sulla stessa prospettiva, mons. Manto ha richiamato il ruolo della società civile e della Chiesa, affinché “il carcere non sia considerato come una sorta di discarica sociale”. Dopo aver richiamato le parole che il card. Bagnasco ha pronunciato al Consiglio Episcopale Permanente dello scorso gennaio (“…la necessità di approntare un piano carceri che sia degno di un Paese della nostra tradizione giuridica e umanistica. Anche un solo suicidio, che avvenga per le condizioni disumane cui sono soggetti i carcerati, è di troppo. Non è vero, e non si può pensare che quelle dei carcerati siano vite a perdere. Se un pensiero simile dovesse albergare nella coscienza di un solo cittadino sarebbe una sconfitta per tutti”), ha indicato l’importanza di “sensibilizzare a più vasto raggio”: un compito di animazione affidato, in particolare, ai responsabili regionali della pastorale della sanità, affinché le comunità siano attente ad esprimere “un’esperienza profonda di relazione, capace di dare speranza, restituire dignità e trasformare la desolazione in consolazione”.
17 marzo 2012

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