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Omelia a Dovadola (FC) per la Beata Benedetta Bianchi Porro

Prima festa liturgica dedicata alla Beata

Un senso di timore e di reverenza ci pervade quando siamo chiamati a parlare di certi santi e beati contemporanei, specialmente se si tratta di giovani e giovanissimi come Benedetta Bianchi Porro. La loro presenza, fortissima e quasi palpabile, nel Signore e nella memoria delle terre che li hanno visti nascere e splendere, ci rende timidi davanti a questi astri, forse più di quanto non accada con alcune figure del passato, con le quali avvertiamo, alla distanza data dai secoli, un senso di alterità e di inaccessibilità. Essi sono là, sugli altari da sempre, e, pur venerandoli devotamente e ricorrendo spesso alla loro intercessione, non li sentiamo però come possibili compagni di strada.
I santi dei nostri giorni, invece, hanno dato prova delle loro virtù eroiche nell’epoca e nel tipo di esistenza che ancora noi in gran parte condividiamo. Esiste una prossimità che ce li rende, da un lato, più intimi e familiari, ma dall’altro ci costringe a misurarci con loro, ci rende impossibile eluderne il confronto. La beata Benedetta Bianchi Porro, con la sua esistenza ‘normale’ eppure straordinaria, ci induce a riflettere davvero sulla misura quotidiana del Vangelo, sul fatto che la santità non è soltanto una dimensione diversa, ultraterrena, di vicinanza a Dio nella perfetta beatitudine, ma è anche la via attraverso la quale ci si arriva, la «misura alta» della vita cristiana nella sua pienezza, proponibile anche ai nostri giorni.
Benedetta – la vostra piccola grande Benedetta, nata qui, a Dovadola, l’8 agosto 1936, e morta a Sirmione il 23 gennaio 1964 a soli 27 anni – è stata beatificata per volontà di Papa Francesco proprio per questo, come molti altri testimoni della nostra epoca. Sacerdoti e laici, religiosi e padri di famiglia, spose e mamme, giovani donne e uomini, hanno abbracciato la croce e la speranza del Vangelo nell’esistenza quotidiana, ognuno nella propria condizione di vita, vissuta in piena adesione alla volontà del Signore. Non si tratta di rassegnata accettazione, ma di offerta d’amore, che, nel caso di Benedetta, ha coinvolto e incanalato tutto l’ardore giovanile, comprese le aspirazioni, naturali negli adolescenti, a fare della propria esistenza qualcosa di bello, di grande.
La santità non nasce direttamente sugli altari, e non è lontana da nessuno di noi, come non lo è Dio. Ma richiede delle scelte. Scelte che maturano insieme a noi, alle quali si viene guidati nel percorso della propria vita, dal Signore della vita. Egli non vuole se non il nostro bene: di questo possiamo e dobbiamo fidarci, crederci fino in fondo, anche quando il percorso si fa misteriosamente difficile. Il disegno divino a volte traluce nella nostra esistenza con lampante chiarezza, ma altre volte sembra oscurarsi, come ammetteva Benedetta in alcune delle sue bellissime lettere.
Studentessa liceale, affetta a tratti dai sintomi della perdita dell’udito che le procuravano già tante umiliazioni, scriveva nel diario: «Un giorno forse non capirò più niente di quello che gli altri dicono, ma sentirò sempre la voce dell’anima mia: e questa è la vera guida che devo seguire». Pur eccezionale nella sua statura cristiana, Benedetta era e si comportava da ragazza normale, vivace, spiritosa, frequentando amicizie e coltivando grandi aspirazioni, come tanti nostri giovani a cui capita di chiedere: «Tu cosa vuoi diventare?». Lei voleva diventare qualcosa di grande, lo sentiva che era destinata a questo. E lo divenne, anche se in modo diverso dalla carriera professionale che aveva sognato e sperato. Intraprese la facoltà di medicina perché animata dal più nobile degli ideali: quello di soccorrere il prossimo nel nome del Signore.
Il progredire della malattia, di cui lei stessa fece la diagnosi, non la gettò nella disperazione. Pur imponendole sofferenze terribili, cercò di ‘leggerla’ alla luce della fede e, piano piano, ne scoprì un senso provvidenziale. Non la visse come un blocco o un handicap, ma come un progresso sulla via delle sue stesse grandi aspirazioni: un modo diverso, e più alto, di essere feconda e portatrice di bene. Il Signore la chiamava a soccorrere gli altri non indossando un camice bianco, non con gli strumenti della professione, ma con quelli della Passione. Doveva presentare al vivo il suo stesso volto sulla croce, sofferente e tuttavia sereno, rasserenante e luminoso, di una luce più affascinante e duratura di quella umana. Gli amici – anche loro persone normali, giovani – dicevano, attorno al suo letto di inferma, che avevano la certezza della «presenza viva di Gesù in lei».
L’antifona d’ingresso ci ha fatto proclamare con il Salmo: «Il giusto si allieterà nel Signore, / riporrà in lui la sua speranza; / tutti i retti di cuore ne gioiranno» (Sal 63,11). Questo si respirava accanto a Benedetta. Il Signore la chiamava a dargli testimonianza associandola a una croce durissima per chiunque, ma specialmente per una ragazza di vent’anni, che avrebbe avuto tutta la vita davanti. Una ragazza che ammetteva di «non aver paura della sua paura».
Come spiega la lettera di san Paolo apostolo ai Romani appena proclamata: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza… Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio». Sulla parola del Signore, Benedetta maturò una nuova e definitiva autodiagnosi: seppe che la luce, che si stava affievolendo su questa terra, non era il sintomo infausto di una fine definitiva, ma della luce inestinguibile nel Regno dei Cieli. Fu questo a contagiare e conquistare tutti. «Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (come abbiamo ascoltato nel Vangelo secondo Matteo).
Questa sua terra natale ha avuto la grazia di conoscerla, di vederla, di assistere ai suoi primi passi e alla sua dolcissima testimonianza di fede e di vita; ne porta impressa la memoria recente, la tenerezza, il sorriso, la giovinezza. Non come si ricorderebbero le doti di una persona qualsiasi, prematuramente scomparsa, ma come un seme che è affondato in una terra fertile e la cui presenza, insieme al frutto copioso, non è mai passata. «La carità è abitare negli altri», amava dire.
«Fra poco», disse, «io non sarò più che un nome; ma il mio spirito vivrà, qui fra i miei, fra chi soffre, e non avrò neppure io sofferto invano».
«Un essere di luce», la definì il cardinal Martini, paragonando il suo Calvario a un Tabor, il monte della trasfigurazione. Un Tabor né facile né scontato, non senza un Getsemani, vissuto in ardente preghiera, con pellegrinaggi a Lourdes. Diceva Benedetta: «Il dolore è stare con la Madonna ai piedi della Croce… Lei conosce cosa sia soffrire in silenzio… Nelle prove mi raccomando alla Madre che ha vissuto prove e durezze le più forti, perché riesca a scuotermi e a generare dentro il mio cuore il suo figlio così vivo e vero come lo è stato per Lei».
Questa dolcissima futura dottoressa è una figura esemplare per tutta la nostra società attuale, esemplare anche per le risorse e le potenzialità che i giovani possono esprimere, se messi a contatto con figure così formidabili e convincenti. La sua cameretta, divenuta «un crocevia di vite» con quel suo letto di santa vivente, rimane una grande lezione di amore per la vita. Una suprema lezione oggi, quando la sofferenza e persino la morte sembrano dover essere allontanate dai discorsi e dai pensieri, come se non esistessero, come se si potessero abolire per sempre, dimenticando che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,6).
Il cardinale Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della congregazione per le Cause dei Santi, citava questa frase dell’evangelista Giovanni (inserita a commento del dialogo notturno fra Gesù e Nicodemo), nella sua omelia il 14 settembre scorso, festa della Esaltazione della Croce, durante la santa messa di beatificazione di Benedetta Bianchi Porro nella cattedrale di Forlì. Ella arrivò a dire: «La vera gioia passa per la Croce. Mi piace dire ai sofferenti, agli ammalati che se noi saremo umili e docili, il Signore farà di noi grandi cose…».
Torniamo a implorare, come il giorno della proclamazione nella cattedrale di Forlì: beata Benedetta Bianchi Porro, prega per noi! Prega per i giovani di oggi e di sempre, così fervidi e così bisognosi di cure e di amore, perché siano ben guidati sulla via della realizzazione dei loro ideali; prega per i sofferenti, coloro che sono tentati dalla disperazione e che pensano di non avere più una prospettiva, tanto da desiderare di togliersi anche quella che rimane: prega il tuo Signore, che oggi ti illumina appieno, perché anche loro, come te, siano aiutati a trovare sempre un senso alla propria vita e persino alla propria sofferenza, quel senso che può essere dato dalla parola del Signore. Prega perché maturi davvero in ognuno di noi, come fu per te, la certezza che Lui, Lui solo, ha assunto anche la carne più martoriata, per darle salvezza e resurrezione. Prega perché ogni situazione di vita, qualsiasi esperienza a cui siamo chiamati, sia rischiarata dalla luce della speranza che viene dalla fede, e diventi segno per quelli che ci stanno intorno; prega perché siamo sempre certi, in ogni condizione, di vivere in pienezza e in fecondità, nella certezza della vita eterna.
Beata Benedetta, prega per noi! Amen.
 

23 Gennaio 2020

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