Omelia a conclusione del Giubileo di fondazione della Diocesi di Pescia

Carissimo fratello Vescovo Roberto, carissimi fratelli nell’episcopato, carissimi sacerdoti e diaconi, autorità, carissimi fratelli e sorelle in Cristo.
È una gioia per me poter essere con voi in occasione della conclusione di questo Giubileo del Cinquecentenario della diocesi di Pescia, che viene celebrato oggi, 14 maggio, perché in questa data ricorre la dedicazione della cattedrale.
C’è un legame profondo da parte mia con Pescia. Ricordo i vescovi che ti hanno preceduto, particolarmente Mons. Dino Romoli, il vescovo domenicano, consultore dell’allora S. Uffizio, che aiutò tanto la nostra chiesa fiorentina, quando uscì il libro delle “Esperienze Pastorali” di don Lorenzo Milani. Ricordo Mons. Giovanni Bianchi, nostro Vicario generale a Firenze, poi vescovo vostro, che so quanto ha amato questa chiesa. E ancora, l’indimenticato Mons. Giovanni De Vivo, prematuramente scomparso, fratello carissimo: avevamo più o meno la stessa età e siamo stati consacrati vescovi nello stesso anno. Ricordo i miei compagni di seminario pesciatini, e gli alunni che ho avuto nel seminario di Firenze. Per tutti questi motivi mi sento profondamente vicino a voi e con gioia prendo parte a questa vostra festa.
È una festa di Chiesa, quella che celebriamo oggi, è una festa per tutta la città. Come tu, caro Vescovo Roberto, hai avuto occasione di scrivermi nella lettera in cui mi hai invitato a presiedere questa solenne eucarestia, si tratta di una «gioiosa e fraterna occasione per rendere grazie di tutti i doni ricevuti dalla Chiesa di Pescia in questo tempo di misericordia e di rinnovamento spirituale».
Mi colpisce che tu abbia descritto questo tempo, evidentemente riferendoti al Giubileo di questa Chiesa, come un tempo «di misericordia e rinnovamento spirituale». Sono infatti certo che molti ricorderanno questi ultimi mesi passati soprattutto per le difficoltà che tutti noi, come Chiesa, e come cittadini, abbiamo vissuto a causa della pandemia. Sappiamo bene, per esperienza diretta, cosa abbia comportato il Covid-19 in termini di sofferenza, di disagi, di dolore, di morti. Anche i nostri sacerdoti, che soprattutto nella pastorale parrocchiale sono normalmente a stretto contatto con la gente, hanno sofferto per l’isolamento e per l’impossibilità di incontrarsi con il proprio popolo. Quanta solitudine abbiamo visto tra gli anziani, tra coloro che sono stati ricoverati nelle terapie intensive e ancora soffrono per la conseguenza di questa grave malattia, e soprattutto nel volto dei nostri ragazzi. Quanta sofferenza nei piccoli!
Eppure tu, fratello Vescovo, hai descritto questo tempo come un tempo «di misericordia e di rinnovamento spirituale». Ed è vero.
Non penso di forzare il senso della pagina del vangelo di Giovanni che è stata ora proclamata, se trovo proprio lì una preziosa indicazione. La situazione descritta in quel brano è altrettanto delicata: Gesù arriva nella città dei Samaritani «affaticato per il viaggio» (Gv 4,6), assetato, e infatti chiede a una donna di poter bere (cf. v. 7: «Dammi da bere»). La fatica di Gesù sta anche nell’avvicinarsi a quella Samaritana, che è lontana da lui per i tanti pregiudizi che separavano un popolo, gli Ebrei, dall’altro, i Samaritani (cf. v. 9). Questa donna, poi, vive una difficile situazione esistenziale: si è recata al pozzo a mezzogiorno (cf. v. 6) probabilmente per non farsi vedere, con la speranza di non incontrare nessuno, perché, come poi confesserà a Gesù, si trova in una condizione riprovevole, irregolare secondo la Legge: ha avuto cinque mariti, e ora quello con cui vive non è suo marito (v. 17).
Se ci pensate, possiamo davvero paragonare le fatiche di Gesù, descritte attraverso la sua stanchezza per un viaggio e la sua sete, come anche le prove della Samaritana, alle difficoltà che sta vivendo la Chiesa, e l’intera società, in questo tempo, e non solo per la pandemia.
Da quell’incontro al pozzo nasce però qualcosa di nuovo, nasce quella «misericordia e quel rinnovamento spirituale» di cui parlavamo: la donna, che doveva dare a Gesù un po’ di acqua da bere, riceve da lui un’acqua che disseta davvero, l’acqua viva dello Spirito e l’acqua della verità sulla sua esistenza.
Cari fratelli e sorelle, se oggi celebriamo la Dedicazione della Chiesa cattedrale, celebriamo non solo la conclusione felice dei restauri che l’hanno resa ancora più bella; ricordiamo non soltanto la fede dei padri che ci hanno lasciato questo edificio di pietre: oggi celebriamo anzitutto la bellezza del poterci incontrare, come popolo, riuniti nel nome di Gesù Cristo, «in Spirito e verità», come dice il Signore alla Samaritana. È questa la Chiesa: il ritrovarsi uniti – provenienti da strade diverse e dalle prove e dalle fatiche da cui nessuno è esente – arrivando allo stesso “pozzo” da cui attingere acqua viva, forza ed energie nuove per andare avanti e riprendere il cammino.
Nelle difficoltà, che certo non mancheranno neppure per il futuro, dobbiamo stringerci ancora di più – come siamo esortati a fare da Pietro nella seconda lettura – al Signore, «pietra viva» (1Pt 2,4), per continuare a essere così come il Padre ha pensato la Chiesa: «pietre vive» che formano non tanto un edificio di mattoni, ma un «edificio spirituale» (1Pt 2,5). Ogni chiesa, specialmente la cattedrale, racchiude in sé qualcosa di speciale. Essa, nella semplicità o nello splendore dell’arte costruttiva, esprime una fondamentale esigenza umana: incontrare il sacro, il mistero, l’indicibile; incontrare Dio che si fa presente in mezzo agli uomini e con essi vuole abitare e comunicare.
Unendoci a lui e uniti tra noi, potremo anche dare vita a rinnovate forme di pastorale, rese ancora più necessarie dalle nuove condizioni ecclesiali e sociali che sono sotto gli occhi di tutti. Per questa ragione, esorto voi, Chiesa di Pescia, a pregare perché il Pastore eterno, il Signore Gesù, guidi noi pastori delle Chiese italiane, verso il Sinodo che il Papa ci ha chiesto di attuare, e su cui ci confronteremo nei prossimi giorni all’interno dell’Assemblea dei Vescovi italiani.
Carissimi, affidiamo ogni nostro desiderio di bene, ogni nostra fatica e il nostro impegno per costruire insieme il Regno – a beneficio della Chiesa e di tutti – all’intercessione di Sant’Allucio, patrono della vostra città e della Diocesi. Il suo nome, che significa “colui che è nutrito di luce”, ci ricorda che anche noi, grazie al Battesimo che ci ha costituiti figli di Dio e fratelli e sorelle nella Chiesa, siamo “illuminati” dalla luce della risurrezione pasquale.  
La cura che Allucio ebbe per i poveri, l’operosa pietà che praticò verso i bisognosi, sia ancora di esempio per voi, cari fratelli di questa Chiesa, e la sua preghiera ottenga a noi le grazie di cui abbiamo bisogno per la nostra conversione e per rinnovare la comunità ecclesiale. Il Signore ci aiuti in questo tempo di grande prova; sia accanto ai sofferenti, accolga i nostri morti nella sua pace. Doni al mondo, tormentato dall’epidemia e dalle miserie umane, la sua misericordia; disseti quanti cercano la giustizia, la solidarietà e la pace. Amen!
Pescia, 14 maggio 2021

14 Maggio 2021

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