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Messaggio di cordoglio del Cardinale Presidente per la morte di Maria Vingiani

Fondatrice del SAE

Con la scomparsa di Maria Vingiani la Chiesa perde un testimone appassionato del cammino ecumenico, del quale ella è stata tra i più coraggiosi e dinamici pionieri, con uno sguardo sempre rivolto al domani, con una straordinaria capacità profetica di leggere il presente per incoraggiare cristiani e cristiane a trovare sempre nuove strade per vivere insieme il dono della fede, senza abbandonare la propria tradizione confessionale.
Fin dagli anni della sua formazione, tra Venezia e Padova, Maria Vingiani ha coltivato la sua passione per il dialogo, con il quale conoscere l’altro nella luce della comune chiamata a farsi annunciatori dell’evangelo. Proprio a Venezia muove i suoi primi passi, anche grazie alla profonda amicizia che la lega a don Loris Capovilla, scoprendo l’importanza delle Sacre Scritture nella costruzione del dialogo, tanto più dopo la Lettera pastorale dedicata alla Parola di Dio da parte del cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, allora patriarca di Venezia. La scoperta della Parola di Dio contribuisce, insieme a tanti altri fattori, alcuni squisitamente personali, a far maturare in lei un’attenzione del tutto particolare nei confronti degli ebrei, molto più che fratelli, portatori di un’elezione che non è mai venuta meno.
Del Concilio Vaticano II, fin dalla sua indizione, seppe cogliere la dimensione ecumenica, tanto che decise di lasciare Venezia per trasferirsi a Roma per poter seguire i lavori. Era convinta, come comunicò a don Loris Capovilla, che il Concilio fosse un’opportunità unica per favorire l’unità, con un radicale ripensamento della partecipazione della Chiesa cattolica al movimento ecumenico. Proprio durante il Vaticano II, con il contributo del cardinale Agostino Bea, quando ancora il Concilio doveva promulgare il decreto Unitatis Redintegratio, Maria Vingiani dette vita al Segretariato attività ecumeniche (Sae). Lo aveva pensato come un’associazione laica, interconfessionale, dove vivere l’unità nel rispetto delle diversità confessionali, coltivando l’idea che il cammino ecumenico doveva radicarsi sulla comune radice ebraica, e quindi si doveva creare un rapporto unico e privilegiato con il popolo ebraico. D’altra parte, Maria Vingiani aveva reso possibile l’incontro tra l’ebreo Jules Isaac e Giovanni XXIII, nel giugno 1960, aprendo nuove prospettive alla formulazione del dialogo tra ebrei e cristiani, tanto che proprio a questo incontro si fa risalire una delle radici della dichiarazione conciliare Nostra Aetate.
Al Sae Maria Vingiani ha dedicato la sua vita, organizzando le sessioni estive di formazione, che per anni sono state momenti di conoscenza, di confronto e di condivisione, coordinando il gruppo teologico, chiamato a riflettere sui contenuti e sul linguaggio di un dialogo tutto da costruire, sollecitando la creazione di una rete di gruppi locali per rendere il cammino ecumenico pane quotidiano della vita della Chiesa Una. Con il Sae Maria Vingiani ha aperto strade e ha costruito ponti dove tanti cristiani e cristiane hanno imparato a conoscersi, rimuovendo lentamente i tanti pregiudizi che avevano inquinato i rapporti tra cristiani e aiutando a comprendere sempre meglio la propria identità confessionale, arricchita e non depauperata nel dialogo con l’altro. Seppure il Sae fosse nel suo cuore e nella sua mente, anche dopo che ella aveva lasciato la presidenza per un ricambio che considerava elemento essenziale del vivere ecumenico, Maria Vingiani è stata coinvolta nella vita della Chiesa, in tanti altri momenti; non si può dimenticare la sua partecipazione, per tanti anni, agli organismi della Conferenza Episcopale Italiana incaricati di promuovere il dialogo in Italia. In questi organismi la sua voce di donna, laica, testimone del Vaticano II, chiamata alla costruzione dell’unità visibile della Chiesa, è stata un prezioso dono per far comprendere quanto prioritario era il cammino ecumenico per i cristiani, nonostante le paure e le preoccupazioni espresse da tanti di fronte alle nuove frontiere aperte dal dialogo tra cristiani. A lei si deve molto dell’istituzione, da parte della Conferenza Episcopale Italiana, di una Giornata per l’approfondimento della conoscenza del popolo ebraico, decisa in una riunione del Consiglio permanente il 28 settembre 1989, per dare un segno concreto della recezione della lettera e dello spirito del Concilio Vaticano II nella riscoperta della comune radice ebraica di tutti i cristiani. Tanto che venne scelta, come data, quella del 17 gennaio di ogni anno, alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, per riaffermare il profondo legame tra popolo ebraico e cammino ecumenico.
Il Signore ha voluto richiamare a sé Maria Vingiani proprio nel giorno in cui cristiani ed ebrei celebrano questa Giornata che rappresenta uno dei preziosi doni dell’eredità spirituale di Maria Vingiani che, con la sua lunga vita, anche quando le forze si erano venute riducendo, ha saputo illuminare tanti uomini e donne, non solo cristiani, per uscire dalle tenebre della divisione nella ricerca della gioia dell’unità nella diversità.
Gualtiero Card. Bassetti

18 Gennaio 2020

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