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Introduzione del card. Bassetti al Consiglio Episcopale Permanente – Roma, 1-3 aprile 2019

Cari confratelli – e, lasciatemi dire, cari amici – sono contento di iniziare con voi la sessione primaverile del nostro Consiglio riprendendo la preziosa indicazione, che Papa Francesco ci affidò in occasione del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze: “Cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente su tre o quattro priorità”.
A gennaio ho introdotto parlando del metodo; ora, proseguendo idealmente il percorso, vorrei che i lavori di queste giornate fossero permeati dalla prospettiva – il modo sinodale – a cui il mandato del Santo Padre ci consegna.
Non è un vestito esteriore la sinodalità. Ha un significato misterico, contenuto in quella piccola preposizione: syn, insieme, frutto e condizione della venuta dello Spirito Santo, che ama l’unità e la concordia. La sinodalità è la forma esteriore che il mistero della communio assume nella vita della Chiesa: i cristiani sono sinodali, ossia “compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito”, secondo l’espressione di Sant’Ignazio di Antiochia. È quindi uno stile la sinodalità, che nasce da quella vita di grazia che conforma al Signore Gesù.
Sorge dal basso la sinodalità. Inizia dall’ascolto, dove ciascuno ha qualcosa da imparare dall’altro, nella volontà di mettersi in sintonia, di accogliersi reciprocamente. Traspare nel linguaggio e nel comportamento, nelle relazioni, nelle scelte, nel modo ordinario di vivere. È generativa la sinodalità. Avvicina la realtà nella disponibilità ad apprendere e coinvolgersi. È sguardo sull’uomo: dagli ambiti di Verona – la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità umana, la tradizione e la cittadinanza – alle vie di Firenze: uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare.
In quanto processo, vissuto nella tensione tra il procedere e lo stare insieme, è anche faticosa la sinodalità. Richiede spiritualità evangelica e appartenenza ecclesiale, formazione continua, disponibilità all’accompagnamento, creatività.
Significativamente, è il passo a cui Papa Francesco non si stanca di richiamarci. Ne abbiamo bisogno per essere davvero Popolo di Dio, come pure per restare un punto di riferimento morale e sociale per il nostro Paese.
La sinodalità è una proposta che sentiamo di poter e dover fare anche alla società, a una società slabbrata come la nostra. Non è certo sinodale la modalità con cui la comunicazione viene spesso usata per accendere gli animi, screditare e far prevalere le paure, arrivando a identificare nell’altro non un fratello, ma un nemico. Quanta distanza dal dialogo che abbiamo visto in atto in questi giorni con la visita del Santo Padre in Marocco…
Purtroppo, quando manca questo sguardo, riusciamo a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su un tema prioritario come quello della famiglia, sul quale paghiamo un ritardo tanto incredibile quanto ingiusto. Ma come si fa a dimenticare che, anche negli anni più pesanti della crisi, proprio la famiglia ha assicurato la tenuta sociale del Paese? E oggi non è forse ancora la famiglia a rappresentare per tutti la principale opportunità di riscatto?
Le istituzioni pubbliche non possono fare finta che la famiglia sia solo un fatto privato: ciò che avviene tra i coniugi e con i figli è un fatto sociale; e ogni essere umano che viene ferito negli affetti familiari, in un modo o nell’altro, diventerà un problema per tutti. Non si resti, quindi, sordi alle domande di sostegno in campo educativo, formativo e relazionale, che salgono dalle famiglie. Il cuore di ciascuna di esse è l’amore delle persone che la compongono e che, in virtù di questo amore, stringono alleanza davanti agli uomini e – per noi credenti – nel Signore.
Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico, ripartiamo da un’attenzione reale alla natalità; prendiamoci cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale; confrontiamoci con quanto già esiste negli altri Paesi del Continente per assumere in maniera convinta opportune misure economiche e fiscali per quei coniugi che accolgono la vita. Vanno in questa direzione diverse proposte avanzate anche dal Forum delle Associazioni Familiari.
La famiglia è il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali: senza venir meno ai principi – visto che la famiglia non è un menù da cui scegliere ciò che si vuole – aiutiamoci a mettere a punto un pensiero sulla famiglia per questo tempo. Chi fosse sinceramente disponibile a questo passo – che è condizione per una società migliore – ci troverà sempre al suo fianco, forti come siamo di una ricca tradizione di cultura della famiglia.
Sinodalità ci rimanda inevitabilmente ai giovani. La nostra passione educativa ci deve spingere a far crescere in loro il desiderio di intraprendere, di essere generativi, di tessere reti comunitarie e relazionali. La dignità umana si costruisce attraverso il contributo che anche ciascuno di loro è chiamato a offrire al bene comune. Non per nulla dalla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani di Cagliari ci siamo portati via il concetto di lavoro degno, espresso dall’Evangelii gaudium con quattro aggettivi: libero, creativo, partecipativo e solidale. Per rendere le persone partecipi della cittadinanza, la via principale rimane quella che sa ricercare con coraggio misure capaci di offrire lavoro e di crearlo.
Aiuterà in questo anche la riflessione che in Consiglio siamo invitati a fare sul tema della prossima Settimana Sociale: lo stesso percorso preparatorio deve portarci a coinvolgere i territori, a dare un nome alle domande reali della gente, alle povertà e alle disuguaglianze, a chiedere politiche adeguate. Si tratta di una prospettiva che combacia con quanto è emerso nei giorni scorsi dal Convegno nazionale delle Caritas diocesane: abbracciando il binomio carità e cultura, la Caritas ha ribadito con forza la scelta ecclesiale di “impastarci nella società per creare reti con istituzioni, associazioni, università, parrocchie…”, testimoni di quella cultura del dono che trova la sua espressione più alta nella “restituzione della dignità della persona”. Sono impegni che sarà possibile realizzare solo all’interno di una responsabilità condivisa.
Domani, come sapete, viene pubblicata l’Esortazione Apostolica Christus vivit, che Papa Francesco ha firmato a Loreto lo scorso 25 marzo. Sentiamo che la sfida educativa – che nel decennio abbiamo posto al centro della riflessione pastorale – rimane un’impresa comune da assumere nei luoghi della vita ordinaria dei giovani. La Segreteria generale, in particolare attraverso il Servizio Nazionale per la pastorale giovanile, è impegnata a rilanciare la riflessione perché il Sinodo recentemente concluso trovi attuazione nelle nostre Chiese.
Il tema degli Orientamenti pastorali – anch’esso all’ordine del giorno dei nostri lavori –ci permetterà di continuare la verifica e il confronto iniziato nella sessione di gennaio per prospettare l’itinerario futuro, individuarne le coordinate e definirne i contenuti.
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Cari confratelli, ho accennato ad alcuni ambiti, relativi essenzialmente ai temi che animeranno queste nostre giornate, rispetto ai quali la sinodalità prende forma nello sperimentare che la Chiesa è un corpo vivo, dove tutto si tiene; corpo caratterizzato da quella comunione fraterna, in cui le membra – distinte, ma non distanti – condividono doni, carismi e ministeri.
Per tale motivo, come Presidente della CEI, in questi due anni ho attuato una sorta di politica dell’incontro, accettando inviti in tante diocesi e realtà religiose e associative, animato essenzialmente dal desiderio di favorire un tessuto di scambi tra il centro e le realtà diocesane e regionali. Visite e incontri mi hanno permesso di avere un’ampia serie di contatti personali con molti Vescovi e anche con il nostro popolo. Devo dire che più volte sono rimasto colpito dalla profonda solitudine che segna la vita di tanti di noi.
Al riguardo, proprio la sinodalità ci deve aiutare a vivere una maggiore fraternità: da soli non possiamo nulla, da soli non siamo nulla; la nostra forza dipende dall’unità del nostro essere e del nostro agire. Dobbiamo praticare la sinodalità come metodo di vita e di governo delle nostre comunità diocesane, a partire dal coinvolgimento di laici, uomini e donne, nonché dalle modalità con cui portiamo avanti corresponsabilità e processi decisionali. Del resto, chiediamoci con franchezza: dove il nostro popolo può esprimere quel “fiuto” che più volte il Santo Padre gli ha riconosciuto? Con quali forme e in quali spazi? Forse non sarebbe male ripartire dall’impegno a rivitalizzare i Consigli diocesani, quelli presbiterali come quelli pastorali, e gli stessi Consigli parrocchiali: se questi organismi di partecipazione funzionano, comunione e corresponsabilità diventano effettive. A loro volta, l’ambito delle Conferenze Episcopali Regionali è senz’altro un banco di prova da mettere meglio in asse, arrivando anche a scelte precise: una su tutte, la riduzione delle Diocesi, che più volte ci è stata sollecitata. Far funzionare meglio le Conferenze Regionali è anche la via per qualificare la presenza e il servizio della stessa Conferenza Episcopale Italiana.
In fondo, la sinodalità è un modo di ricollocare il nostro ministero episcopale in un quadro comunitario. Quello di cui abbiamo veramente bisogno è lo sviluppo di una coscienza ecclesiale, che renda ogni battezzato protagonista della vita e della missione della Chiesa.
Al riguardo, vi confido che una delle indicazioni più preziose che mi sono portato via dall’incontro dello scorso mese scorso in Vaticano, dedicato alla tutela dei minori nella Chiesa, rimanda proprio alla necessità che temi come questo siano affrontati insieme. Ne parleremo nel corso dei nostri lavori, alla luce anche dei tre documenti appena pubblicati, con cui il Santo Padre rafforza per la Città del Vaticano e la Curia Romana l’assetto normativo, stabilendo misure concrete con cui far sì che la Chiesa sia sempre più casa sicura per i bambini e le persone vulnerabili.
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“La sinodalità – scrive don Massimo Naro – ha un respiro largo e complesso. Scaturisce dal crogiuolo dei rapporti che costituiscono ciascuna Chiesa locale in se stessa e in relazione alle altre Chiese particolari”. Anche da questo punto di vista, la preparazione dell’Assemblea Generale – nell’approfondimento che ora siamo chiamati a fare del tema centrale, dedicato a Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria – diventa un’opportunità, una grazia, da cogliere appieno. Come è stato saggiamente messo a fuoco dal Consiglio missionario nazionale la scorsa settimana, si tratta di riappropriarci di motivazioni, modalità e strumenti; di ritrovarsi Chiesa che si rinnova perennemente al seguito del suo Signore; una Chiesa che vive per l’annuncio e la testimonianza del Vangelo e che assume la missione come stile di vita; una Chiesa, quindi, in stato di missione, che rilancia la cooperazione tra le Chiese nel segno della reciprocità.
Sì, oggi c’è un bisogno enorme nelle nostre Chiese di una sinodalità diffusa, in cui il discernimento comunitario si alimenti al soffio dello Spirito Santo. È in questa prospettiva che si può distillare dal Concilio vaticano II quel criterio che nei suoi documenti è implicito: la comunione, intesa come paradigma della vita ecclesiale, il modo di relazionarsi nella Chiesa e della Chiesa. “La sinodalità, come dimensione costitutiva della Chiesa – ricorda Papa Francesco – ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico”.
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Cari amici, rilanciare il discorso sulla sinodalità è una straordinaria occasione per riconoscerci Chiesa Popolo di Dio. La parola stessa esprime movimento: un essere insieme, un convenire, un riconoscersi in cammino. “Si tratta – spiega ancora il Santo Padre – di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci” (EG 223).
Un esempio di questo movimento è rappresentato anche dall’Incontro di riflessione e spiritualità per la pace nel Mediterraneo, che si svolgerà a Bari nel febbraio del prossimo anno. Promossa dalla Chiesa italiana, sarà un’assise unica nel suo genere tra i Vescovi cattolici dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum. Un incontro, anche qui, basato sull’ascolto e sul discernimento comunitario, che, valorizzando la sinodalità, si prefigge di compiere un passo verso la promozione di una cultura del dialogo e della pace, per un futuro dell’Italia, dell’Europa, dell’intero bacino mediterraneo.

01 aprile 2019

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