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23 giugno 2018

San Lanfranco
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Chiesa, quale via
per i separati?

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“Sappiamo tutti che questo è un problema particolarmente doloroso per le persone che vivono in situazioni dove sono esclusi dalla comunione eucaristica e naturalmente per i sacerdoti che vogliono aiutare queste persone ad amare la Chiesa, ad amare Cristo… È importante che il parroco e la comunità parrocchiale facciano sentire a queste persone che, da una parte, dobbiamo rispettare l’inscindibilità del Sacramento e, dall’altra parte, che amiamo queste persone che soffrono”.

Ha preso spunto da queste parole di Benedetto XVI la relazione con cui don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della Famiglia, ha aperto a Salsomaggiore il Convegno nazionale Luci di speranza per la famiglia ferita. Persone separate e divorziati risposati nella comunità cristiana (22-26 giugno 2011).

È il primo Convegno che l’Ufficio della CEI dedica, con questa specifica attenzione, ad una porzione dolorosa del corpo ecclesiale, quali sono appunto le famiglie che vivono la separazione. L’ha fatto con l’attenzione a coniugare carità con verità, uscendo dall’ambiguità che nasce spesso dalla faciloneria o dall’ignoranza.
“Il relativismo non permea soltanto il clima culturale contemporaneo – ha detto Gentili – ma talvolta rischia di intaccare il nostro stesso agire ecclesiale”, finendo per ingenerare confusione tra i fedeli circa i motivi dell’esclusione dall’accesso ai sacramenti dei separati risposati o riaccompagnati.
“La questione tocca in modo particolare la fede – ha spiegato – perché, per coloro che hanno acquisito una nuova unione, il punto da mettere in chiaro è proprio l’indissolubilità del matrimonio o, meglio ancora, la fede nell’ indissolubilità del matrimonio. Se infatti c’è un sacramento valido, che nella prassi è stato infranto, giacché si è acquisita una nuova unione, è facilmente comprensibile che non si possa accedere a una presenza sacramentale di Cristo quale l’Eucarestia”.
Di qui la posizione della Chiesa, esplicitata dal Direttore: “Non ci può essere un sacramento del matrimonio, infranto nella prassi da una parte, e che quindi non manifesta più in pieno la presenza di Cristo, e l’unione con la comunione eucaristica, che è presenza di Cristo, dall’altra”.
La questione di fondo non rimanda quindi alla magnanimità o meno dell’azione della Chiesa, ma alla verità del sacramento, che non può essere affrontato arbitrariamente. Proprio il relativismo che “nelle sue intenzioni, avrebbe tentato di liberare l’uomo da regole, leggi, principi” – ha aggiunto – in realtà “ha finito per depredarlo di una piena libertà, privandolo di punti di riferimento chiari, e abbandonandolo naufrago nel mare delle incertezze”. Infatti – ha ricordato, citando Giovanni Paolo II –  “una volta che si è tolta la verità all’uomo, è pura illusione pretendere di renderlo libero. Verità e libertà, infatti, o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono”.
Tale verità coinvolge, evidentemente, tutti i credenti e impegna ad evitare la tentazione di una fede – e di un’etica – fai da te: “L’autoreferenzialità è l’esatto contrario della figliolanza e della comunione, è anzi espressione di solitario individualismo” ha ammonito Gentili, che ha anche riconosciuto: “Purtroppo mi è capitato talvolta di vedere accostarsi all’Eucaristia persone che non manifestavano in modo evidente la piena consapevolezza della realtà che stavano vivendo”. Proprio questa superficialità mette in luce per contrasto la testimonianza offerta a volte proprio da chi ha alle spalle un matrimonio fallito e ha dato vita ad una nuova unione: “Molte volte sono stato profondamente edificato da fedeli divorziati risposati che, in stretta obbedienza alle indicazioni della Chiesa, astenendosi dalla comunione eucaristica, pur con tutti gli errori commessi in passato, davano così testimonianza di fede reale e radicale, e addirittura incoraggiavano la conversione di altri”.
Separati o divorziati rimangono, quindi, a tutti gli effetti fratelli e sorelle: “I battezzati che vivono la separazione o il divorzio, restano per sempre e comunque figli del Padre Celeste e della Chiesa” ha rimarcato forza, riconoscendo nel contempo che “in alcuni casi, si è mancati nella testimonianza della Carità per le famiglie che vivono la dolorosa condizione della separazione”. Una mancanza espressa laddove, “con una certa rigidità, in alcune comunità cristiane sono state date indicazioni inesatte, costringendo ad astenersi dalla comunione eucaristica anche persone separate, non colpevoli della divisione, e che non avevano intrapreso una nuova unione”. Una rigidità, ancora, che in altri casi si è manifestata in “una non piena accoglienza, pur nelle indicazioni del Magistero, per le famiglie spezzate, e per la particolare cura per i loro figli, spesso particolarmente feriti, e ancor più bisognosi degli altri di sperimentare la maternità della Chiesa”.
Di qui l’impegno a cui Gentili ha esortato a non venir meno: “Nelle parrocchie, nei movimenti e associazioni, nell’intera Chiesa Italiana si aprano percorsi di fede per le famiglie che vivono, nelle differenti e specifiche situazioni, la condizione della separazione o del divorzio”. Condizione per farlo è “un vero cambiamento di mentalità per esprimere a pieno la Verità e la Carità del Vangelo”: si tratta, come credenti, di “cambiare il nostro sguardo, vedendo, nel dolore delle famiglie spezzate, l’apice dell’incapacità di amare che sperimenta qualsiasi uomo e qualsiasi donna”.
Solo così – ha concluso il direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della Famiglia – la comunità cristiana saprà “accogliere chi vive la separazione con la stessa tenerezza di Gesù, discernere con prudenza le varie e specifiche situazioni, accompagnare la famiglia ferita con il balsamo della Parola di Dio, educare chi vive la separazione illuminando orizzonti possibili di vita buona del Vangelo”.
22 giugno 2011

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