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Una staffetta
da far propria

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“Testimone è chi sa sperare. Ma per questo è necessario lasciarsi amare da Dio”. Madre Teresa, Padre Pio, Padre Kolbe, don Escrivà, ma anche i Monaci di Tibirine in Algeria, i missionari preti, i laici e i volontari uccisi, le vittime dell’odio politico e della mafia come don Popielusko, Bachelet, Moro, don Pugliesi, don Diana e Livatino: sono i martiri e i santi dei nostri giorni, sono i testimoni della fede come Giorgio La Pira, Carretto, Marvelli, Lazzati, Chiara Badano, persone che nella loro vita hanno assunto il coraggio della propria fede.
L’invito del vescovo di Teramo Michele Seccia è stato quello di non vedere questi personaggi come “un semplice elenco per i libri di storia”, ma come “pagine vive della fedeltà a Cristo e all’uomo”. L’invito del Vescovo ai giovani è stato quello di rileggere le vite di queste persone “non come film d’avventura, ma come testimonianze concrete di una certezza di fede”. I giovani sono chiamati alla responsabilità di essere i testimoni della nuova evangelizzazione: testimonianza e fede sono insieme “le due facce della stessa realtà” da vivere giorno dopo giorno.
Seccia ha voluto “approfondire le conseguenze pratiche di ciò che Gesù stesso ha detto agli apostoli” e che “la Chiesa continua a ripetere a tutti i battezzati”. La nuova evangelizzazione vive l’urgenza di risvegliare la fede e per fare questo la nostra società ha bisogno di una testimonianza credibile e coerente.
Il Vescovo ha lanciato tre provocazioni per la riflessione personale: quando sento parlare di testimonianza a cosa penso? Per te chi è un testimone? Sono consapevole della mia responsabilità di testimoniare e annunciare Cristo nel mondo a partire dal contesto in cui vivo? Quali sono le testimonianze concrete? Non ci si può improvvisare testimoni, ha detto il Catechista, non bastano buona volontà e buoni propositi, è invece “indispensabile credere nell’azione dello Spirito Santo, accogliendo la grazia dei sacramenti, in ascolto della Parola di Gesù Via, Verità, Vita, e non lasciandosi condizionare dai comuni modelli di comportamento”.
Non solo quindi una proclamazione dei valori, bensì il dovere, da parte di tutti i credenti, di “ritrovare il valore pedagogico dell’esperienza vissuta dagli Apostoli” per una comunità edificata sull’amore con al centro Gesù che ci ha affidato il mandato di “vivere la comunione e la missione nella Chiesa”. Questi sono i due momenti di uno stesso incontro, le due conseguenze inseparabili, “quello del volto di Dio con la vita fraterna e solidale dell’uomo”.
Il Vescovo ha esortato i giovani a cercare un po’ di silenzio, sia interiore che esteriore, “per ascoltare veramente la Sua Parola, e lasciare che ci trasformi”, ad amare e servire i più bisognosi perché è in loro che ogni giorno possiamo scorgere il volto di Gesù: è indispensabile “costruire il bene comune e la civiltà dell’amore”, ha detto, per questo motivo è necessario “riscoprire il valore pedagogico del dialogo”.
19 agosto 2011

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