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Maria SS. Madre di Dio

Dal Sussidio CEI - Avvento-Natale 2015, a cura dell'Ufficio Liturgico Nazionale

Numeri 6,22-27: «Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».
Attraverso l’azione liturgica dei figli di Aronne, il nome di Dio è invocato sul popolo, ed esso può sperimentare la benevolenza di Lui.
 
Salmo 66: «Dio abbia pietà di noi e ci benedica».
Il salmo riprende lo stesso dinamismo della benedizione presente nella lettura, visto dalla parte del popolo e in prospettiva universale: partendo da Israele la benedizione viene condivisa con tutti i popoli.
 
Galati 4,4-7: «Quindi non sei più schiavo, ma figlio».
Permane ai nostri giorni la tentazione di ritornare schiavi: purché il padrone a cui ci si sottomette garantisca sicurezza e benessere e una parvenza di libertà. Coloro che nel battesimo hanno piena coscienza di essere divenuti figli, sono per tutta l’umanità un segno di pace e autentica liberazione.
 
Luca 2,16-21: «Trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia».
Maria e Giuseppe sono già immagine della Chiesa: una Chiesa accogliente, una Chiesa povera ma attenta ai piccoli, una Chiesa contemplativa e missionaria insieme, verso cui possono convergere gli umili di Israele e tutti i popoli della terra.
 
 

Gli ambiti della misericordia: la Chiesa

La festa di Maria Santissima, madre di Dio, madre della Chiesa, ci porta a vedere anche nella comunità cristiana uno degli ambiti della misericordia. Non si tratta solo della misericordia che i credenti testimoniano al mondo, ma innanzitutto dell’amore che essi ricevono da Dio, che custodiscono, e solo per questo possono poi pensare di irradiarlo. Vediamo nelle letture che radici di un simile processo sono già nel popolo di Israele, il popolo della benedizione estesa a tutte le genti; in Cristo la benedizione si configura come dono di misericordia, nella Chiesa il dono è chiamato a crescere e diffondersi.
 

Accogliere e diffondere benedizione

Israele è il popolo che crede nel Dio unico, unico autore del creato, unico Signore della storia e del tempo, unico donatore clemente e benevolo. Gli altri popoli invocano invece una moltitudine di divinità, ciascuna che presiede ad un ambito specifico dell’esistenza, talvolta in conflitto tra loro. L’esperienza religiosa di Israele introduce dunque nell’umanità la possibilità di una prospettiva profondamente unificata sull’esistenza: unico è il Dio che dona la benedizione, unica è la possibilità di autentica felicità (in ebraico: shalom, pace) per la creatura umana. La ricerca della riuscita nel lavoro, nell’armonia familiare, nelle buone relazioni sociali, nella pace con Dio, tende verso l’unità.
 

Ti lodino i popoli tutti

Il salmo riprende pari pari le parole della benedizione, inserendole in quella che sembra una composizione musicale con ritornello. Nel ritaglio liturgico del salmo, il procedimento non risulta del tutto evidente, ma è chiaro il dinamismo di fondo: da un lato si invoca il compimento della promessa fatta ad Israele, dall’altro si espande la richiesta di benedizione coinvolgendo tutta la terra: “Ti lodino i popoli tutti”. Secondo la prospettiva biblica, Israele è fattore di benedizione per tutte le genti. Non sempre la consapevolezza della sua missione si è attuata a livello politico e sociale, ma certamente è stata coltivata nella profezia e nella preghiera costante. Attraverso il popolo di Dio non solo si diffonde un esempio e una conoscenza, ma si ha come un centro di irradiazione, un fuoco, una luce che raggiunge tutti. Il popolo che sa accogliere la benedizione integrale di Dio diviene un faro per tutte le genti.
 

Benedetta tra tutte le donne

A partire da Gesù, figlio di Maria - colei che è “benedetta tra tutte le donne”, secondo l’esclamazione di Elisabetta - l’accoglienza della benedizione divina acquista un’ulteriore profondità. Gesù resta profondamente identificato nell’esperienza di Israele, ma fa compiere un ulteriore passaggio nella relazione con Dio: la benedizione si configura come figliolanza divina, offerta a tutti gli uomini, capace di abbracciare perfino le esperienze negative, di dolore e sofferenza, che sono trasfigurate dalla forza della sua croce. Il dinamismo della croce e risurrezione è già operante nella sua incarnazione, nel suo farsi piccolo. Da subito diventa motivo di attrazione e di speranza.
 

Il nucleo della Chiesa

Il Vangelo ci fa di nuovo contemplare la scena della visita dei pastori alla mangiatoia. Noi parliamo di grotta o di capanna, ma l’unico dettaglio che l’evangelista riporta è quello della mangiatoia, non dell’ambiente in cui era collocata. Non importa l’edificio: il primo nucleo della Chiesa è costituito di persone: Maria, Giuseppe, il bambino Gesù. Non si parla di nessuna proprietà, se non dell’uso di un oggetto, il minimo indispensabile per provvedere decorosamente al bambino. L’elemento essenziale che caratterizza la piccolissima comunità originaria è l’accoglienza e l’esercizio della misericordia: Giuseppe accoglie e protegge Maria; insieme essi accolgono e proteggono con tenerezza il bimbo donato a loro e al mondo; il bimbo a sua volta è manifestazione della misericordia divina che a partire da Maria e Giuseppe coinvolge e attrae tutto il mondo.
 

Una comunità contemplativa

Maria “custodiva tutte queste cose”. Fin dall’inizio la dimensione contemplativa è individuata come essenziale, assieme alla cura concreta e fattiva del bambino. La sua condizione non richiede solo che Egli sia avvolto in fasce, deposto in un luogo adatto, vegliato con amore: nella sua presenza c’è un mistero che deve essere custodito, attorno a lui accadono eventi che rimandano a qualcosa di molto più grande, che solo nel tempo potrà essere compreso.
 

Una comunità missionaria

Nonostante la sua precarietà e fragilità, la prima comunità costituita a Betlemme è già missionaria. Il semplice fatto di custodire il bambino è il modo, per Maria e Giuseppe, di essere missionari. Essi hanno già compiuto la loro uscita: Maria si è messa a disposizione come “serva del Signore”; Giuseppe ha rinunciato ai suoi progetti, per prendere con sé la sposa e il bimbo che è in lei, che viene dallo Spirito.
La presenza di Gesù in mezzo a loro è fonte di attrazione. I pastori, i primi che arrivano, cominciano da subito ad annunciare a loro volta il Vangelo.
 

Vie verso l’umanità nuova: trasfigurare e benedire

Nella liturgia del primo giorno dell’anno, siamo invitati anche a riflettere sullo scorrere del tempo e sulla grande esigenza della pace. Si tratta di temi in evidente sintonia con la missione della Chiesa: accogliere la benedizione, restituirla a tutte le genti. Il giorno di festa ricorda che soprattutto all’interno della liturgia si compie la trasfigurazione del tempo, l’offerta della quotidianità a Dio, perché sia davvero esperienza di benedizione. Allontanarsi da Dio significa allontanarsi dalla benedizione, allontanarsi dalla pace. La preghiera è dunque il primo servizio e la prima grande testimonianza che la Chiesa offre al mondo. In essa si mostra come è possibile sottrarre l’uomo alla voracità di piacere, successo, risultato, alla paura della perdita, per costituire un ambito di fraternità e di pace.

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