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IV domenica di Avvento

Dal Sussidio CEI - Avvento-Natale 2015, a cura dell'Ufficio Liturgico Nazionale

Letture
Isaia 7,10-14 Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio.
Salmo 23 Ecco, viene il Signore, re della gloria.
Romani 1,1-7 Gesù Cristo, dal seme di Davide, Figlio di Dio.
Canto al Vangelo (Mt 1,23) Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele: «Dio con noi ».
Matteo 1,18-24 Gesù nascerà da Maria, sposa di Giuseppe, della stirpe di Davide.
 

In breve: Nel popolo di Dio, tanti modi per essere profeti
- In relazione alla profezia sono possibili diversi ruoli
- profeti che annunciano
- profeti che ascoltano e fanno da eco
- profeti che scrivono
- intenditori della profezia, che ascoltano e agiscono
- Nel popolo profetico chi sarà il più grande? Chi parla o chi obbedisce?

 

Intenditori della profezia

La misericordia divina in un figlio donato
l brano di Isaia 7 nasce da una terribile crisi: è in gioco la stessa sopravvivenza della monarchia davidica e l’indipendenza del piccolo regno di Giuda. Di fronte alla crisi, il profeta annuncia una sorprendente manifestazione della benevolenza di Dio verso il suo popolo: un bambino sarà donato, il bambino che una giovane concepirà e darà alla luce. Un singolare contrasto si instaura tra la situazione drammatica di guerra e di violenza e la soluzione proveniente da Dio, che Isaia ha la responsabilità di annunciare. La salvezza che viene attraverso un nuovo figlio è il segno che non sarà possibile scrollarsi di dosso le catene della violenza, se non attraverso un nuovo inizio.

Il problema del riconoscimento
Il popolo però si aspetta altre modalità di salvezza. Esige, come un suo diritto, di essere gratificato in altro modo. Anche il re (oltre a dover tener conto degli umori del popolo), coltiva le sue proprie aspettative di grandezza. Il re e il popolo appaiono incapaci di ascoltare la voce del profeta, in cui si esprime la voce di Dio. Si delinea un tragico equivoco, non infrequente peraltro, forse anche molto attuale: non mancano i segni, la volontà di Dio di comunicare; manca la disponibilità a riconoscere la sua voce. Perciò anche oggi l’umanità percorre vie di guerra: alcune esplicite ed evidenti; altre più subdole e mascherate, dietro un trucco di ragionevolezza (così come appare ragionevole il diniego di Acaz: “Non voglio tentare il Signore” in Is 7,12).

Orecchi capaci di ascoltare la pace
Non mancano neppure ai nostri giorni i profeti che annunciano le vie della pace, della riconciliazione, che comportano relazioni più giuste ed eque tra gli essere umani. A dire il vero non c’è neppure bisogno di profeti: si tratta di discorsi detti e risaputi, forse addirittura logorati a forza di pronunciarli. Non abbiamo bisogno di nuove profezie: abbiamo bisogno di veri ascoltatori: orecchi disposti a lasciarsi coinvolgere. Altre prospettive, è vero, appaiono molto più seducenti e alla moda: le urla di odio hanno buon gioco a prevalere sul mormorio della riconciliazione.
Purtroppo la fastidiosità del frastuono prodotto da chi semina discordia non è percepibile dalle orecchie ottuse da manie di grandezza, facili semplificazioni, pulsioni senza freno. Serve, per così dire, un udito allenato, sensibile, se si vuole percepire e apprezzare il dolce mormorio della pace.

Incarnato e accolto
Nel brano evangelico Gesù è appunto il germoglio nascosto di pace, colui che dà senso pieno alla profezia antica. Ancora minuscolo e inoffensivo, non può operare nulla, chiede solo accoglienza. Egli è destinato ad essere il profeta definitivo, generato per opera dello Spirito, colui che effonderà lo Spirito; ma il brano ci trasporta nel momento in cui ancora Gesù non parla e neppure è visibile: però, anche solo la sua presenza nel grembo di Maria comunica qualcosa del progetto di Dio, in maniera appena riconoscibile, tanto da essere equivocabile. Giuseppe non è un profeta. Ma esegue la parola profetica che l’angelo gli rivolge. Giuseppe, pur discendente di Davide, non è neppure re. Ma si comporta nei limiti delle sue possibilità secondo una responsabilità da vero re, da vero custode di popoli. Giuseppe non compie nessuna impresa militare, politica, non accumula denaro: ma sceglie di spendere la sua vita per un valore più grande, il bambino nato da Maria. Come Maria, che diventa Madre per la sua fede nelle parole divine, Giuseppe accetta di diventare padre ascoltando e compiendo le antiche profezie.

Sotto i riflettori o fuori scena
La figura di Giuseppe si rivela estremamente attuale e provocatoria nel nostro contesto culturale. Nell’arena mediatica è essenziale prendere la parola, occupare la scena, togliere parola e presenza all’avversario. Nel mercato delle idee e dei valori, anche i grandi temi della giustizia, dei diritti, della solidarietà, sono sottoposti al logoramento, all’aggiornamento, alla rottamazione, al riciclaggio. Nel contesto dei protagonisti mediatici, come c’è spazio per i moderni giullari, così c’è spazio per i moderni profeti: buoni per consolare, per indignare, per tranquillizzare le coscienze. Rischia però di venire meno proprio lo spazio per l’essenziale: la serena e umile attuazione quotidiana della giustizia e della pace, che mal sopporta di stare sotto i riflettori; come dice Gesù, quando si fa il bene “non sappia la tua destra quel che fa la sinistra”.
L’agire di Giuseppe appartiene precisamente a questa modalità. Giuseppe non annuncia profezie. Ma con il suo agire le compie. Giuseppe è molto vicino a noi, che non abbiamo un certo tipo di dono profetico; ma siamo invitati a riconoscere quell’annuncio che ci è stato donato, che non chiede solo di essere ripetuto, ritradotto, rielaborato: ma di essere attuato.

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