HomeSanto del GiornoII Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia

II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia

Dal Sussidio Pasqua 2018, a cura dell'Ufficio Liturgico Nazionale

Parola di Dio
At 4,32-35: Un cuore solo e un’anima sola
Sal 117: R. Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre
1 Gv 5,1-6: Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo
Gv 20,19-31: Otto giorni dopo venne Gesù

Commento
La II domenica di Pasqua in tutti i cicli liturgici è caratterizzata dai racconti giovannei delle apparizioni del Risorto a Gerusalemme la sera del primo giorno dopo il sabato e otto giorni dopo. Al centro di questa domenica troviamo la figura di Tommaso e la sua professione di fede. Le altre letture variano per ogni ciclo liturgico. Nell’anno B come prima lettura abbiamo un sommario tratto dagli Atti degli Apostoli – sarà il libro biblico che ci accompagnerà in tutto il tempo pasquale – che tratteggia le caratteristiche della vita della prima comunità cristiana (At 4,32-35); la seconda lettura, dalla Prima Lettera di Giovanni, ci permette di applicare il brano evangelico alla vita di fede e all’esperienza del singolo credente.
In questa domenica – siamo otto giorni dopo la risurrezione del Signore, nell’Ottava di Pasqua- il brano evangelico è obbligato; Giovanni, infatti, narra ciò che accadde otto giorni dopo il primo giorno dopo il sabato. Si parla di due apparizioni del Risorto: la prima, il primo giorno dopo il sabato, la seconda, otto giorni dopo. Due quadri, l’uno accanto all’altro, che fanno emergere elementi comuni e differenze che, insieme, concorrono a mettere in evidenza il significato fondamentale del brano. L’elemento comune principale è il tempo: siamo sempre nel giorno della risurrezione del Signore. Il secondo elemento che accomuna le due apparizioni del Risorto sta nel fatto che avvengono mentre i discepoli sono radunati insieme nello stesso luogo. La differenza principale tra le due è invece un’assenza: è di fondamentale importanza, per la comprensione del testo, che la sera del giorno stesso della risurrezione di Gesù, uno dei discepoli non si trovasse insieme agli altri per incontrare il Signore risorto.
La sera di Pasqua il Risorto era apparso ai discepoli ed era rimasto in mezzo a loro, aveva mostrato le mani e i fianchi, facendo vedere i segni della sua passione. Da quella visione era nata la gioia, dono pasquale che deve risplendere sul volto di tutti coloro che hanno incontrato il Signore. Il Risorto poi li aveva inviati, definendo la loro missione come la continuazione della missione che Lui stesso aveva ricevuto dal Padre.
Quando Tommaso, otto giorni dopo, ritorna nel gruppo degli Undici e sente la loro testimonianza, non chiede di fare cose straordinarie, né di avere privilegi: desidera solamente fare la stessa esperienza dei suoi compagni ai quali il Signore risorto aveva mostrato i segni della sua passione, chiede di poter sperimentare la gioia che avevano vissuto i discepoli presenti la sera del giorno della risurrezione. Egli, in questo modo, offre la possibilità a ogni credente di riconoscersi in lui: ciascun cristiano, infatti, non vuole fare altro che giungere a incontrare il Risorto e a riconoscerlo nei segni della sua vita donata.
Otto giorni dopo, Gesù viene di nuovo e sta in mezzo ai discepoli radunati. Quella sera Tommaso, l’assente, è presente e Gesù gli permette di fare la stessa esperienza dei suoi compagni: vedere e toccare i segni della sua passione. Anche Tommaso può essere nella gioia perché ha visto i segni dell’amore di Dio per lui e per questo può giungere a professare personalmente la sua fede: «Mio Signore e mio Dio!».
Gli elementi comuni e la differenza tra le due apparizioni del Risorto rendono il racconto come una «mistagogia» del senso dell’eucaristia domenicale per la vita delle comunità cristiane. Infatti, ogni domenica – «otto giorni dopo» -, quando i discepoli sono riuniti in uno stesso luogo nel giorno della risurrezione, è possibile incontrare il Risorto e porre le proprie mani nelle sue piaghe, nei segni della sua passione, giungendo a professare: «Mio Signore e mio Dio!».
Nella prima lettura (At 4,32-35) troviamo un sommario che descrive alcuni tratti fondamentali della prima comunità cristiana. Innanzitutto viene descritta come caratterizzata da «un cuore solo e un’anima sola» (At 4, 32). Questa profonda comunione, che riguarda il cuore (kardia) e le aspirazioni (psychè), cioè la dimensione interiore della relazione con Dio e ogni altra dimensione della vita umana, ha delle conseguenze concrete all’interno e all’esterno della comunità. All’interno si tratta di una comunità dove si rende testimonianza alla risurrezione e nella quale non ci sono bisognosi, essendo tutto messo in comune; all’esterno di una comunità caratterizzata dalla buona fama presso tutti. Il brano degli Atti ci aiuta a vedere le conseguenze concrete, per la vita interna ed esterna della comunità, dell’esperienza della presenza viva del Signore risorto.
Nella seconda domenica di Pasqua la liturgia si sofferma sul mistero della vita del Risorto presente nella quotidianità della vita della Chiesa e che si rende tangibile – si lascia toccare – nel radunarsi domenicale della comunità. La seconda lettura (1 Gv 5,1-6) tocca principalmente il tema della fede nel Signore Gesù, che potrebbe rappresentare l’elemento unificante di tutte le letture bibliche di questa domenica. La professione di fede di Tommaso, così come quella delle prime comunità cristiane, può essere quella del credente di ogni tempo.

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