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I domenica di Avvento

Dal Sussidio CEI - Avvento-Natale 2015, a cura dell'Ufficio Liturgico Nazionale

Letture
Isaia 2,1-5 Il Signore unisce tutti i popoli nella pace eterna del suo Regno.
Salmo 121 Andiamo con gioia incontro al Signore.
Romani 13,11-14a La nostra salvezza è più vicina.
Canto al Vangelo (Sal 84,8) Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.
Matteo 24,37-44 Vegliate, per essere pronti al suo arrivo.
 

In breve: I primi passi di un futuro di pace
- Dio stesso vuole costruire la pace
- Dio è già all’opera per instaurare la sua pace nel mondo
- Dio in Cristo ha già “fatto la pace”, raccogliendo nell’unità le differenze
- il primo dono di pace inviato da Dio è sempre un profeta; e quindi, una parola di annuncio, una parola di anticipazione
- siamo chiamati come credenti ad essere noi stessi il secondo passo verso la pace
- in attesa che tutti i popoli accettino di mettersi in movimento, secondo la Parola di Dio

 

Verso la pace

Lo sguardo a lungo raggio
Animato dallo Spirito, il profeta acquisisce uno sguardo a lungo termine: oltre le nebbie della storia, egli vede la meta del cammino, quella che sta “alla fine dei giorni” (Is 2,2). Collocato all’inizio del libro del profeta Isaia, il brano ha il valore di una grandiosa introduzione alla raccolta degli oracoli: tutto è posto sotto la prospettiva di un futuro di pace. Collocato all’inizio del tempo liturgico di Avvento, il brano orienta l’assemblea liturgica verso il futuro di misericordia e pace preparato da Dio.

“Venite, saliamo sul monte del Signore”
L’elemento caratterizzante dell’apertura del brano, che pure riguarda il “monte del tempio del Signore”, è l’assenza di Israele come soggetto attivo: protagonisti sono infatti “tutte le genti” (Is 2,1). Anche di Dio si dice che egli “sarà giudice” (Is 2,4), ma non si descrive un’altra sua azione diretta (la “Legge” e la “Parola del Signore” del v. 3 sembrano quasi un unico soggetto, una entità personificata, che proviene da Dio, ma acquista una consistenza autonoma). La profezia infatti annuncia che saranno i popoli stessi a evangelizzarsi l’un l’altro. Il movimento che li porterà a Gerusalemme non sarà forzato dall’esterno. Il testo induce a pensare a una trasformazione, una conversione profonda del cuore, che li spinge a orientarsi verso il monte di Dio, aiutandosi reciprocamente a trovare e perseguire la giusta direzione.

“Le spade e gli aratri”
Al cuore della profezia sta la potente immagine metallurgica: le spade diventano aratri, le lance diventano falci. La tecnologia bellica si converte in strumenti di pace (Is 2,4). Anche qui la decisione e l’esecuzione appaiono come un fatto libero, che nasce da un impulso profondo. La lavorazione dei metalli era vista, al tempo del profeta, come la massima capacità tecnica, talvolta anche con sfumature quasi religiose (il fabbro era presso molti popoli una figura al confine con la magia e un potere sacrale). Tutto ciò si converte e viene finalizzato alla pace.

“Non impareranno più l’arte della guerra”
La progressione dell’annuncio profetico raggiunge il suo vertice preconizzando perfino la cessazione dell’apprendimento delle tecniche di guerra. Si annuncia cioè un clima di fiducia generalizzato, in cui non è più necessario prepararsi al combattimento. Si suppone una società violenta, dominata dalla forza, in cui il combattimento è il mezzo più semplice non solo per procurarsi cibo, risorse, ricchezze, ma anche per procurarsi la fama e il rispetto. Anche in tempo di pace (o meglio, in tempo di tregua), il pensiero si rivolge costantemente alla guerra. L’atteggiamento di conquista violenta viene alla fine rovesciato: non ci si accontenta più di una tregua, si ricerca davvero la pace.

“Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore”
Un ultimo colpo di coda conclude il brano. Dopo una lunga descrizione al futuro, in cui protagonisti sono i popoli stranieri, misteriosamente ispirati a costruire la pace, si conclude con due imperativi al presente: il destinatario è la “casa di Giacobbe”. Nell’asimmetria tra il futuro e il presente, tra la “casa di Giacobbe” e le “molte genti” rileviamo il potenziale trasformativo del brano: è necessario che subito qualcuno possa cominciare il percorso, entrare nel processo di pace. Il profeta non invita le genti, ma coinvolge la casa di Giacobbe. Almeno qualcuno deve cominciare a seguire la luce di Dio.

Il primo passo verso la pace
La convinzione profonda che anima il brano è che il futuro del mondo, affidato alle mani buone di Dio, non possa essere altro che un futuro di pace. Dio ha già cominciato a costruirlo: il primo segno è proprio la parola del profeta. Il mondo che deve venire, che Dio sta già preparando, trova un suo primo inizio nelle sue parole, e così la missione del profeta diventa un atto di misericordia e trasformazione che Dio manda nel mondo.

Il secondo passo
Il secondo passo verso la pace è affidato all’adesione libera e volontaria. Abbiamo già visto che destinataria privilegiata è la “casa di Giacobbe”: costoro sono i primi che il profeta invita a “camminare nella luce del Signore” (Is 2,5), in attesa di tutti gli altri popoli.
Ai credenti è affidata la responsabilità di essere i primi a raccogliere l’invito di Dio, a custodirlo, a renderlo accessibile. Su questa responsabilità si concentra l’esortazione del Vangelo.

La tentazione dell’indifferenza
Gesù constata che di fatto l’invito di Dio non è accolto, la sua promessa non è oggetto dell’attiva risposta da parte delle genti. L’esempio del diluvio è immagine di tutte le sciagure incombenti e ignorate. Non è solo un fatto del passato: è una costante della storia, anche ai nostri giorni.
Periodicamente ci troviamo di fronte disgrazie, catastrofi naturali, nubifragi e terremoti vicino a noi, cicloni e alluvioni in paesi lontani. Per non parlare delle guerre e delle crisi che periodicamente ci sfiorano; talvolta ci toccano da vicino.
Ci è data la possibilità di riprendere contatto, drammaticamente, con la fragilità costitutiva della vita umana, mentre viene scoperchiata la cappa protettiva del progresso tecnologico, che spesso nel momento più critico si rivela estremamente labile e illusorio: se non altro, perché anche il progresso è gestito dalle persone, con tutta la loro incoerenza e corruttibilità. Può essere come un risveglio, brusco, da un sogno, da un’illusione; ma può essere una preziosa lezione a riscoprire il valore della vigilanza, della prontezza, della preveggenza.

In attesa del Figlio dell’uomo
Gesù non si limita a far tesoro dell’esperienza del passato, annunciata dalla Scrittura, attualizzata nella storia. Svela invece il senso profondo di tutto questo. La storia non è ripetizione insensata, ma ha una finalità precisa. A partire dalla risurrezione di Cristo, si configura come attesa del Figlio dell’uomo, dell’incontro con il Risorto.
Un popolo profetico, trasfigurato dal Battesimo, nutrito dalla Parola e dall’Eucaristia, sarà anche un popolo vigile e poco incline a cedere alle sirene del guadagno facile, della comodità a tutti i costi, del rischio mal calcolato.
Un popolo profetico, costantemente in contatto con il suo Signore, si rende volentieri disponibile ad aprire la strada, in attesa che tutte le genti accolgano l’invito a camminare verso Gerusalemme, rinunciando ai loro progetti di guerra. Sta davvero arrivando quel giorno? È davvero utile la nostra attesa? Gesù avverte che il Figlio dell’uomo viene “come un ladro”: vale a dire, che non abbiamo il controllo sul progresso del Regno, né potremo mai aspirare ad averlo. Sappiamo però che il presente è l’occasione favorevole, in cui possiamo deciderci per il Regno di Dio e la sua pace.

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