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19 giugno 2018

San Romualdo
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Sanità cattolica,
alla radice della crisi

ospedale
 
Come spiega in apertura don Carmine Arice – direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute, promotore dell’incontro (a Roma, sabato 1 giugno, dalle 9.30 alle 13, nella Sala Giuseppe Allamano, viale delle Mura Aurelie, 16) – le istituzioni sanitarie cattoliche sono presenti in 15 regioni italiane. Servono le persone ammalate con circa 45.000 posti-letto, 2 policlinici universitari, 24 ospedali classificati, 12 Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, 4 Presidi Sanitari, circa 200 strutture tra Case di cura e Centri di Riabilitazione. Vi lavorano circa 70.000 operatori sanitari, di cui 8.000 medici. (In questi dati non sono comprese le RSA – Case di Riposo e servizi socio assistenziali, che sovente hanno caratterizzazioni sanitarie molto forti).
L’incontro di sabato giunge a conclusione di un viaggio puntuale in ogni regione del Paese, voluto dalla Segreteria Generale quale espressione della consapevolezza che la sanità cattolica costituisce un tesoro prezioso, messo a dura prova dalla difficile situazione in cui versano attualmente diverse di queste strutture. Per diverse di loro – ha spiegato don Arice – c’è “una sincera preoccupazione da parte dei gestori e degli amministratori di dover chiudere servizi per problemi gravi di carattere finanziario ed economico. Per allontanare il più possibile questa involontaria decisione, diverse Congregazioni Religiose o enti proprietari hanno ripianato i ritardati o non avvenuti rimborsi dei notevoli crediti accumulati, rimettendo beni della propria famiglia religiosa o dell’ente promotore”.
Il direttore ha evidenziato anche “la disparità di trattamento di realtà complementari al sistema statale e integrati nella pianificazione regionale che, pur avendo oneri eguali e talvolta superiori, come per esempio gli ospedali classificati, risultano penalizzati”.
Nel suo intervento, il Segretario Generale ha sottolineato, innanzitutto, che “l’intera società italiana trae vantaggio da presenze in cui la ricerca dei migliori standard di efficienza dei servizi socio-sanitari si coniuga con un’ispirazione imperniata sull’«accoglienza e cura totale della persona» e su una cultura della vita – dal concepimento fino alla sua conclusione naturale – che contrasta con la contemporanea rimozione del limite, del dolore, della morte”. Nonostante questo, ha aggiunto, “le strutture della sanità cattolica sono sottoposte a uno stress gestionale e organizzativo che, in tempi di crisi come l’attuale, mette a repentaglio la sostenibilità del servizio stesso”.
La crisi economica, però, secondo Mons. Crociata “in non pochi casi è la circostanza rivelatrice di una fragilità più profonda: non mi riferisco tanto a quelle strutture socio-sanitarie nelle quali sono state, purtroppo, portate allo scoperto malefatte e vere e proprie colpe di estrema gravità, morale se non amministrativa, poiché tutto questo, eventualmente, si condanna da sé; mi soffermo invece sulla perdita o quantomeno sull’appannamento di quello spirito che è all’origine di tante vostre opere. In esse si esige qualcosa di più della professionalità e della legalità, che devono essere assicurate con il massimo rigore: se non si radicano nel vivo carisma ispiratore della storia che ci sta alle spalle, anche la tensione etica si vede indebolita fino a estenuarsi”.
Una terza considerazione, il Segretario Generale l’ha dedicata alle prospettive di sviluppo: “Sentire la responsabilità di essere eredi di una storia spirituale, non deve rendere ciechi alle esigenze di cambiamento” nel segno della sinergia. “C’è una terza via – ha evidenziato – oltre la falsa alternativa tra andare avanti come si è sempre fatto e gettare la spugna e disfarsi di un’opera come se fosse un peso ingombrante: è la via della collaborazione, della interazione e della integrazione, delle molteplici forme di alleanze per segmenti specialistici o per intere strutture”.
Mons. Crociata ha, quindi, ammonito: “Non ci si lasci ingannare, in questo mondo globalizzato, dal miraggio che la via d’uscita stia nella creazione di colossi o di mastodonti anonimi, facile preda di oscuri gnomi della finanza virtuale”. La via percorribile rimane quella di “creare strutture solide, grandi ma senza gigantismi, sorrette da reti di protezione e di solidarietà che salvaguardino specificità, identità, inventiva della carità, garantite da buone pratiche e processi virtuosi”.
01 giugno 2013

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