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Le nuove rotte
di chi sogna l'Europa

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Nel Rapporto di Caritas Italiana c’è la fotografia di una realtà di migrazione legata a esodi di popoli. Nella cittadina di Van, nell’Anatolia orientale al confine con l’Iran, negli ultimi anni si è assistito ad un continuo flusso di migranti. Si tratta di migliaia di stranieri, afghani, iraniani, iracheni, curdi: alcuni, di passaggio, si trattengono al massimo per qualche settimana, senza permessi. Altri, richiedenti asilo, aspettano per mesi che le autorità si esprimano sulla loro domanda di protezione internazionale. Altri ancora, la maggioranza, restano fermi lì in attesa che gli venga riconosciuto lo status di rifugiato. Si tratta per lo più ragazzi soli in attesa della pronuncia in appello o famiglie destinate al reinsediamento in paesi terzi, che, però, non arriva mai. Si calcola che solo il 2% degli afgani venga effettivamente reinsediato: anche quando viene loro riconosciuto lo status di rifugiati, raramente trovano paesi disposti ad accoglierli. E’ anche per questo che a Van gli stranieri sono molti e spesso in difficoltà: il governo, infatti, non rilascia permessi di lavoro per i richiedenti asilo che, oltre alle spese correnti per vivere, devono pagare una forte tassa di soggiorno, pari ad oltre 190 euro ogni sei mesi. Oltre all’Unhcr e ad alcune associazioni che lavorano per la tutela di queste persone, a Van opera anche una famiglia italiana di Firenze che da oltre 10 anni vive in questa cittadina. La Caritas Turchia è in contatto con loro e nel passato ha provveduto anche ad un sostegno economico.  
Chi decide di affrontare il viaggio verso l’Europa partendo magari da da Herat o da Kabul, si mette nelle mani dei trafficanti a cui paga anche alcune migliaia di dollari. Lo “smuggler” organizza il viaggio, fornendo eventuali passaporti falsi, provvedendo alla distruzione degli stessi a tempo debito, indicando la rotta da seguire.
Negli ultimi anni intensi pattugliamenti lungo la rotta spagnola e italiana hanno spostato i flussi dell’emigrazione africana verso la rotta turca. Per questo motivo interi quartieri di Istanbul e Izmir sono abitati da migranti africani di transito, in attesa di raggiungere la Grecia, via mare oppure via terra, attraversando nascosti nei camion la frontiera nord occidentale della Turchia. Dalla città costiera di Izmir alle spiagge delle isole greche di Hiyos, Lesvos, Samos, Kos, Leros e Rodi, il passo è breve. Meno di un chilometro nel caso di Samos: l’isoletta, meta turistica soprattutto interna, vede migliaia di sbarchi ogni anno. Canotti, piccole imbarcazioni, ma anche migranti che di notte attraversano a nuoto gli 800 metri che separano la Turchia dall’Europa. Spesso i pescatori di Samos trovano cadaveri impigliati tra le reti. Il costo per questa tratta è di circa 500 euro, ma molti migranti si organizzano e comprano in gruppo piccoli canotti tentando di evitare i controlli turchi o corrompendo se necessario i guardiacoste. La Guardia Costiera greca intensifica i pattugliamenti ma non è esente da critiche. Associazioni come la tedesca Pro Asyl puntano da tempo il dito sulla gestione dell’immigrazione da parte delle autorità elleniche: respingimenti, e addirittura affondamenti nelle acque tra Grecia e Turchia sono frequenti. La polizia del mare greca accusa i colleghi turchi, corrotti dai trafficanti, e che troppo spesso chiudono un occhio.
Nei mesi scorsi il premier turco Tayyip Erdogan ha visitato due volte la Grecia e ha promesso maggiore collaborazione con l’Unione europea per combattere il fenomeno dell’immigrazione irregolare. Dal canto suo il primo ministro greco George Papandreou – che ha ha annunciato la linea dura verso i migranti irregolari – ha invitato i turchi a far rispettare l’accordo per il ritorno in Turchia dei migranti da lì provenienti e detenuti successivamente in Grecia. Alla Grecia spetta la maglia nera per il riconoscimento dello status di rifugiato. Circa lo 0,5% delle domande dei richiedenti asilo viene accolta. La realtà è che nessun afgano, curdo, iraniano, somalo o eritreo vuole restare nella penisola ellenica. Le stime parlano per la sola Samos di 8 mila migranti di passaggio ogni anno. Tutti puntano al nord Europa e in particolare all’Inghilterra o alla Svezia.
In Grecia è quasi impossibile ottenere lo status di rifugiato e quindi la possibilità di essere rispediti, attraverso espulsione, in Turchia non è certamente remota anche in considerazione dell’accordo di riammissione firmato nel 2001 tra Grecia e Turchia. Una volta espulsi in Turchia, molti rischiano di essere rimpatriati oppure riaccompagnati al confine con la Siria. La maggior parte dei migranti africani, infatti, atterra con un visto turistico in Siria ed entra senza documenti in Turchia, attraversando a piedi il confine siriano, sulle montagne tra Halabb (in Siria) e Hatay (in Turchia). Le condizioni di detenzione nei centri di trattenimento in Turchia sono pessime, secondo quanto dichiarato dal rapporto Unwelcome Guests, redatto da Hyd nel 2008.
Tra coloro che attraversano il confine turco per entrare nell’Unione Europea vi è un numero significativo di persone in fuga da violenza e persecuzioni. In Turchia il governo continua, però, a mettere in atto una limitazione geografica alla Convenzione di Ginevra del 1951 prendendosi la responsabilità di garantire l’asilo solo ai rifugiati in arrivo dai paesi europei. Molti dei richiedenti asilo in Turchia provengono, invece, da Iran, Iraq, Afghanistan e Somalia. Per questo motivo le domande di asilo di cittadini non europei in Turchia vengono esaminate dall’UNHCR. Chi ottiene lo status di rifugiato ha l’autorizzazione a rimanere sul territorio in attesa di essere reinsediato in un paese terzo. Ma il numero di posti resi disponibili per il reinsediamento è nettamente inferiore alle necessità e al momento ci sono circa 10mila rifugiati in attesa di essere reinsediati dalla Turchia. L’UNHCR incoraggia altri paesi, in particolare gli Stati Membri dell’Unione Europea, a mostrare la loro solidarietà alla Turchia mettendo a disposizione quote per il re insediamento.
Negli ultimi tempi si è assistito anche alla definizione di nuove rotte e di nuove modalità per raggiungere irregolarmente l’Italia dalla Turchia. Nell’agosto del 2010, infatti, le cronache hanno riportato diversi casi in cui i migranti arrivavano a bordo di yacht di lusso, di eleganti barche a vela o di potenti motoscafi. In sostanza è cambiato il tipo di natante usato per trasportare gli immigrati, sono cambiate le modalità degli sbarchi. Perfino gli scafisti non sembrano essere più quelli di una volta: si tratta di veri e propri professionisti con esperienze di comando su navi mercantili o skipper per imbarcazioni turistiche. Il viaggio è diverso dal passato: partenza da Istanbul, sei giorni di navigazione, infine lo sbarco in Italia. Meta le coste calabresi o pugliesi di Otranto e Santa Maria di Leuca. Il prezzo che i disperati pagano è sempre lo stesso, dai 700 ai 1000 euro, ma con quei mezzi di trasporto veloci e capienti, i trafficanti di uomini impiegano meno tempo a percorrere la rotta tra le coste greche o turche e quelle pugliesi o calabresi, possono imbarcare più persone e non hanno problemi a bordo come potrebbero crearsi con le carrette di legno. Non c´è il rischio di affondare, non ci sono liti a bordo e, soprattutto, con il viavai di barche che c´è nel periodo estivo il rischio di incappare nei controlli è minimo.
La Turchia è anche un paese di destinazione e di transito per le vittime della tratta di esseri umani a fini di sfruttamento sessuale. La maggioranza sono donne e ragazze provenienti dalla ex Unione Sovietica, di cui il 60 per cento da Moldavia, Federazione Russa e Turkmenistan. La maggior parte delle vittime della tratta di esseri umani individuate in Turchia hanno tra i 18 ei 24 anni ed entrano in Turchia con visto per turismo attraverso Istanbul, Antalya, e Trabzon. Alcune vittime provengono anche dal Kenya, Nigeria, e Filippine. Più di un terzo delle donne vittime di tratta in Turchia sono madri con bambini al seguito. I proventi illeciti dal traffico ammontano a più di 1 miliardo di dollari all’anno.
Caritas Italiana sostiene un progetto di Caritas Turchia a sostegno di una iniziativa per i migranti armeni. Molte sono donne con al seguito figli in tenera età. Questi bambini sono in età scolare, ma non avendo la cittadinanza turca non possono frequentare le scuole armene pubbliche (riconosciute) della città; inoltre, in quanto irregolari, non possono nemmeno iscriversi alle scuole statali turche. Perciò le loro madri si sono organizzate attraverso delle scuole clandestine per i loro figli. In qualche magazzino o nel seminterrato di una chiesa, lontano da occhi indiscreti, vengono radunati fino a 70 bambini ai quali delle insegnanti madrelingua armena fanno lezione, con testi fatti giungere dell’Armenia.
Il sostegno economico di una di queste realtà è garantito dalle risorse che Caritas Italiana, attraverso Caritas Turchia, fa giungere ad Istanbul. La delegazione ha visitato questo progetto lo scorso 21 aprile constatandone l’efficacia e l’organizzazione. Si tratta di una scuola sita in un seminterrato, adeguatamente sistemato, dove circa 75 alunni armeni possono ottenere la necessaria istruzione e possono giocare. Inoltre è operativa anche una mensa e attività extracurricolari. I genitori dei bambini partecipano alle spese di gestione. La direttrice ci ha anche informati di un accordo che hanno con il governo armeno per cui i titoli di studio conseguiti in questa scuola hanno valore legale in Armenia.
28 aprile 2011

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