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24 giugno 2018

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Il prezzo della crisi
su giovani e donne

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La caduta del reddito non ha provocato una crisi sociale di dimensioni più ampie – spiega il Rapporto – grazie al tessuto familiare, alle riserve legate al risparmio, al ricorso alla cassa integrazione, al rigore nella gestione del bilancio pubblico, alle reti di aiuto informale.
“La nostra lettura della situazione ha un carattere eminentemente esperienziale – osserva mons. Nozza – fatta nutrita di incontri, di ascolto, di condivisione all’interno di quella rete di servizi che le Caritas costituiscono sul territorio: i risultati, comunque, sono gli stessi a cui è giunto il lavoro scientifico dell’Istat”.
In particolare, sono 3 le considerazioni comuni: la prima è legata ad un tasso di crescita dell’economia italiana del tutto insoddisfacente; anche i segnali di recupero dei livelli di attività e della domanda di lavoro non sono ancora tali da riuscire a riassorbire la disoccupazione e l’inattività e quindi non ci sono le condizioni di rilancio di redditi e consumi.
Una seconda valutazione, che trova la Caritas d’accordo con l’Istituto Nazionale di Statistica è legata alla maggiore vulnerabilità delle persone e delle famiglie. A parità di altre condizioni, oggi i guadagni sono inferiori, come minori sono anche le prospettive di sviluppo. Il prezzo più elevato della crisi è pagato dai giovani e dalle donne: mentre sono escluse dal mercato del lavoro, portano un carico significativo legato al sistema di cura, supplendo alle carenze del sistema pubblico. Anche molti anziani vivono in condizioni di disagio, legato all’erosione dei legami sociali e all’emergere di nuove solitudini.
Infine, la crescente debolezza economica e sociale dell’Italia del Sud riavvia fenomeni di migrazione e un conseguente depauperamento del capitale umano disponibile.
“Prendere coscienza di questa situazione, quindi informarsi, è la prima cosa – commenta Nozza – ma occorre arrivare a quella coscientizzazione che porta ad operare alcune scelte di fondo, pur nella consapevolezza che i risultati non potranno che essere misurati sui tempi lunghi”.
“La diminuzione del tasso di occupazione e l’aumento della disoccupazione – gli fa eco mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes – che è doppio fra gli immigrati ed è motivato dalla maggior precarietà del loro lavoro, si accompagna all’aumento di 183.000 posti di lavoro degli immigrati nelle professioni non qualificate: dal manovale edile all’addetto nelle imprese di pulizie, dal collaboratore domestico al bracciante agricolo, dall’assistente familiare al portantino nei servizi sanitari”.
Debole diventa anche la tutela dei diritti dei lavoratori sia per quanto riguarda il riconoscimento del titolo di studio (880 mila gli stranieri che hanno un livello di istruzione e un profilo culturale più elevato rispetto a quello richiesto dal lavoro svolto. I lavoratori stranieri guadagnano meno di quelli italiani) sia per la retribuzione. Nel 2010, la retribuzione media mensile netta degli stranieri è stata del 24 per cento inferiore a quella degli italiani. Il differenziale aumenta fino al 30 per cento per le donne. Oltre 370.000 sono i lavoratori stranieri irregolari.
Perego esprime preoccupazione anche per i 300.000 giovani stranieri (un terzo della popolazione giovanile) che non lavorano e non frequentano alcun corso di formazione e istruzione: “Le preoccupazioni emerse nella Settimana sociale dei cattolici italiani – conclude – ritrovano un riscontro ancora una volta nel Rapporto annuale Istat e chiedono una particolare attenzione e responsabilità condivise”.
24 maggio 2011

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