
Pubblichiamo il messaggio di auguri per il Natale inviato dal Presidente e dal Segretario Generale della CEI, Card. Matteo Zuppi e Mons. Giuseppe Baturi, ai Vescovi e alle comunità diocesane.
Con la gioia e la speranza che la venuta del Signore continua a donare alle nostre vite, condividiamo alcune riflessioni sul Mistero che celebriamo, facendoci guidare dai nostri Santi Patroni Francesco d’Assisi e Caterina da Siena. Entrambi sono testimoni dell’Amore incarnato, che ha trasfigurato la storia dell’umanità. Raccontando il celebre episodio di Greccio, Tommaso da Celano, primo agiografo del Santo di Assisi, riferisce «l’aspirazione», «il desiderio» e «la volontà» che pervadevano costantemente Francesco tanto da spingerlo all’iniziativa: «L’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione aveva così profondamente nella sua memoria, che difficilmente voleva pensare ad altro» (Fonti Francescane 466-467). Riecheggiano le parole dell’apostolo Paolo: nulla può «separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39).
Ecco, dunque, che «l’umiltà dell’incarnazione» richiama l’importanza del farsi piccoli, rinunciando a ogni forma di superbia e riconoscendo la sacralità nascosta nelle pieghe del quotidiano. Questa trova il suo completamento nella «carità della passione» in cui si sperimenta il sacrificio dell’amore estremo, dono totale di sé per gli altri. La profondità di questa dimensione unitaria – umiltà e carità – segna intimamente chi la contempla e la fa propria. Dio entra nella storia senza far rumore, nella fragilità di un Bambino deposto in una mangiatoia, consegnandoci la verità più profonda dell’umano: siamo amati prima di essere capaci di amare. A ottocento anni dalla morte, san Francesco continua a ricordarcelo!
«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). Il Natale che celebriamo ci sorprende ancora una volta con la sua disarmante semplicità e, soprattutto, per il suo messaggio di pace. Davanti alle tante capanne sparse nel mondo insanguinato da conflitti, imploriamo con Caterina da Siena: «Pace, pace, pace! Acciocché non abbia la guerra a prolungarsi!» (Lettera 196). Abbiamo negli occhi le tante periferie del mondo e delle nostre città. Pensiamo a chi vive sotto le bombe, a chi attraversa il mare nella paura, a chi non trova posto nelle nostre case e nelle nostre coscienze. In quei volti riconosciamo il Bambino di Betlemme, perché Dio non si è incarnato per pochi ma per tutti, senza eccezioni. È lì che il Natale ci manda: non a contemplare un ricordo, ma a custodire una presenza di amore. Scrive ancora santa Caterina: «Voglio che cominciate ora, a conformarvi al bambino Gesù, cosa possiamo vedere di più, che vedere Dio umiliato. L’altezza della sua Divinità discesa a tanta bassezza, quanta è la nostra umanità. L’amore lo fa abitare nella stalla in mezzo agli animali. Chi ne fu cagione? L’amore. Quale amore Dio ti ha mostrato col mezzo del verbo del figliolo» (Lettera 47).
L’augurio più bello diventa impegno a ridestare il cuore: che il Santo Natale sciolga la durezza dell’indifferenza, restituisca la gioia dell’incontro e apra alla speranza. Il Signore che viene renda le nostre comunità luoghi ospitali, capaci di ascolto e di misericordia, dove ognuno possa sentirsi guardato da Dio con quella tenerezza che cambia la vita.