Saluto al Congresso teologico internazionale – Congregazione della Passione di Gesù Cristo

Carissimi Padri Passionisti, Illustri relatori, carissimi amici e amiche,
volentieri porto il mio cordiale saluto al Congresso teologico internazionale, in occasione del terzo centenario della Fondazione della Congregazione della Passione.
 
Riflettendo sul titolo di questo congresso non si può non ripensare all’esperienza di Paolo Apostolo nel suo impatto con l’areopago di Atene (Atti 17,22-34), da lui stesso interpretato nella prima lettera ai Corinzi (1Cor 1,18-25; 2,1-4). Nel discorso ai filosofi s’era rivolto al “mondo plurale” del suo tempo cercando di mettersi al suo livello, usando la stessa sapienza e più o meno lo stresso linguaggio. Ogni sapienza umana può aiutare nella trasmissione del messaggio della sapienza divina, ma nessuna può bastare da sola, perché la sapienza divina contiene lineamenti che appaiono stoltezza alla logica umana, o che risultano debolezza e sconfitta alle possibilità della potenza umana.
Dal punto di vista teologico, poi, Paolo aveva voluto strafare, puntando direttamente sulla Risurrezione, forse pensando di abbagliare i sapienti dell’areopago. Errore di metodo anche per la nostra ragione, dato che è impossibile ipotizzare una Risurrezione senza la morte per amore. Morire per amore significa infatti oltrepassare la morte, volare oltre per riapprodare alla vita. Chiamiamola pure Risurrezione.
Ammaestrato dal flop apostolico ateniese, e soprattutto illuminato dalle nuove rivelazioni sul mistero, scendendo a Corinto Paolo si sente forte e sicuro sulla giusta impostazione del messaggio cristiano, e lo proclama senza complessi di inferiorità. «Quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1Cor, 2,1-2). A Corinto si prolungava la stessa pluralità culturale di Atene. Centro di scambi commerciali, intreccio di religioni, incontro e scontro tra le correnti di pensiero, ambito di concorrenza e corruzione, offrirà all’apostolo una comunità di gente meno sofisticata, capace di apertura allo Spirito nell’accogliere l’annuncio della nuova Sapienza.
 
L’applicazione di questo principio al sottotitolo della giornata odierna – La sapienza della croce nella promozione dell’umanesimo e del dialogo interreligioso – ci dà modo di percepirne la bruciante attualità nella situazione culturale del mondo occidentale. Il “cambiamento d’epoca” che stiamo vivendo riguarda non solo l’avvento dell’era digitale con i nuovi rapporti e le variazioni economiche, sociali e delle strutture organizzative universali, ma interessa l’identità dell’essere umano. È in corso il fenomeno descritto “cambiamento antropologico”.
Sta nascendo un’umanità nuova da cui scompaiono le sensibilità tradizionali e la certezza dei valori. Umanità che mentre da un lato è definita liquida e oscillante, senza prospettiva di stabilità, dall’altro osa presagire lo stato in cui i cervelli umani saranno unificati da interconnessione digitale. In questo stato ondivago e incerto, in cui sembra svanire anche la capacità di decisioni permanenti, persino l’esistenza e la presenza di un Dio appare non più rilevante.
Papa Benedetto XVI ci ha ricordato che un’umanità senza Dio è disumanizzata: la chiusura ideologica a Dio e l’ateismo dell’indifferenza che dimenticano il creatore rischiano di dimenticare anche i valori umani. L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. (cfr. Lettera Enciclica Caritas in Veritate,78.) Sarebbe altra cosa dal progetto creativo.
Non si può permettere che l’umanità precipiti in simile stato di deformazione. La rivelazione biblica dimostra fin dall’inizio che Dio si è fatto presente alla storia umana, ha ascoltato il grido del popolo, è intervenuto anche in modo clamoroso, con mano potente e braccio teso (cfr. Es 6,6 e passim).
In questo impegno di “promozione umana” a partire dal salvaguardarne l’identità, il dialogo con le religioni può offrire un contributo determinante, come di fatto sta avvenendo a sostegno dei valori della pace, giustizia, uguaglianza, solidarietà, fraternità, parità di genere, sostegno dei più bisognosi, difesa del creato. In ambiente italiano tale collaborazione si attua in prevalenza a livello di gerarchia, ma diventerà esperienza sempre più di comunità con l’aumentare anche in mezzo a noi della presenza di altre religioni tramite l’immigrazione. Pensando alla tematica di questo congresso, si deve osservare che lavorare per la promozione umana in nome della sapienza della croce è specifico della religione cristiana, ed anche suo specifico contributo all’interno del dialogo con le religioni. È anche la motivazione più potente e sconvolgente, su cui questa assise potrebbe offrire nuovi orizzonti e prospettive.
Chiunque appartenga alla razza umana può essere mosso interiormente a coinvolgersi come azionista dell’impresa della realizzazione (promozione) dell’essere umano, che come credenti chiamiamo la salvezza eterna. In nome della fede e del battesimo vi siamo implicati ontologicamente e strutturalmente. Viverlo nella fede significa fondare le nostre motivazioni sulla sapienza della croce che rende capaci di camminare a fianco, di farsi prossimo nell’attitudine del buon samaritano, con umiltà e discrezione, in ogni sforzo in cui la sapienza umana cerca soluzioni. Senza competere con nessuno, e rispettando le conoscenze e le acquisizioni delle varie articolazioni della sapienza umana, dobbiamo condividere quello che abbiamo ricevuto, in spirito di solidarietà con tutti i fratelli e sorelle e con la creazione. Siamo ben consapevoli, come spesso ci ricorda Papa Francesco, che “non siamo più nella cristianità. Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati” (Discorso 19 dicembre 2019).
In questo periodo, il mondo plurale e globalizzato si trova unificato nell’evento cosmico che ha dimostrato la debolezza e fragilità del tutto. L’umanità è crocifissa dalla pandemia del coronavirus – COVID-19. Molti su questa croce sono morti. Tutti vi stiamo parzialmente morendo, perché siamo raggiunti dalle sue conseguenze dolorose e comunque limitanti. Ma tutti dobbiamo risorgere, sia per la capacità rinnovatrice impressa dal creatore nel cosmo e nell’essere umano, sia per la potenza della fede che è partecipazione incoativa alla risurrezione di Cristo.
L’evento ci trova colpiti, ma anche uniti nella ricerca di senso e nel bisogno di aiuto. “Nessuno si può salvare da solo” e “siamo tutti sulla stessa barca” sono diventati motivi del nostro linguaggio familiare. Abbiamo bisogno di accogliere o di rinnovare la consapevolezza che sulla storia umana e sulle sue vicende domina ancora e sempre l’amore di Dio. A un mondo ridotto in queste condizioni dobbiamo avere il coraggio di annunciare il Dio crocifisso come noi, che ha saputo transustanziare il dolore e la distruttività della croce nell’amore che si dona per gli altri, che preferisce il bene degli altri al proprio, che perde la vita per realizzarla nell’amore. L’amore che muove Dio a farsi dono per ogni essere umano spinge i credenti a farsi dono reciproco, specialmente per i più deboli e abbandonati.
La tensione naturale che rende l’essere umano realizzato solo “attraverso il dono sincero di sé”, diventa scelta libera e passione incontenibile nel nome del Crocifisso-Risorto.
Svolgeremo questo compito come missione della chiesa in uscita, nell’annuncio primo e permanente offerto con il comportamento e la parola, il cherigma, che Papa Francesco ci ha proposto in termini vicini alla nostra sensibilità: Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”, (Evangelii Gaudium 164). O anche, il cherigma per i giovani: Cristo vive e ti vuole vivo. Per quanto tu ti possa allontanare, accanto a te c’è il Risorto che ti chiama e ti aspetta per ricominciare (Christus vivit, 1-2).
Se qualcuno dev’essere in prima fila, questi sarà, come in tutti gli aspetti della missione della Chiesa, la vita consacrata, e nel caso specifico, i Religiosi della Passione di Cristo (Passionisti), che fanno del mistero pasquale il centro della loro vita e della Passione di Gesù Cristo l’unità della loro vita e del loro apostolato. Così pure le famiglie religiose con analogo compito ecclesiale. Ciò che nella Chiesa è di tutti come dono e compito, può diventare particolare vocazione e missione di specifiche comunità (carismi).
Come Vescovo in varie Chiese particolari, sono stato sempre consapevole di essere responsabile del benessere della vita consacrata nella diocesi (Mutuae Relationes, Documento congiunto delle Congregazioni per i Vescovi e per la Vita Consacrata, 1978), e in più casi i fedeli delle mie comunità hanno usufruito della presenza del carisma dei Passionisti, con mia gioia e gratitudine. (Cosa che attualmente mi viene a mancare con tristezza e rammarico, per la decisione di chiusura di una loro comunità nella mia diocesi di Perugia – Città della Pieve).
In ogni caso, la Chiesa che è in Italia, e anche quella universale, è grata ai Passionisti per tener viva tra i fedeli la consapevolezza dell’amore di Dio per l’umanità, nel Figlio Crocifisso-Risorto. Oltre che con la loro vita comunitaria e ministero, negli ultimi decenni l’hanno fanno anche promovendo congressi internazionali sulla Sapienza della Croce, di cui questo è il quarto. Auguro che la loro presenza continui a produrre frutti nella chiesa, anche in questo tempo difficile per tutti. Grazie.

22 Settembre 2021

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