Omelia in occasione dell'Inaugurazione “Casa Aterno” – Centro Don Orione

Carissimi tutti, con piacere presiedo questa celebrazione eucaristica insieme al Centro Don Orione di Pescara, voluto dal grande santo della carità, come segno di affetto e di predilezione verso questa bella città dell’Adriatico. Saluto l’arcivescovo Mons. Tommaso Valentinetti, cui mi lega profonda e antica amicizia. Saluto i membri della Congregazione Orionina, tutti i sacerdoti, i diaconi e i consacrati presenti. Uno speciale ossequio rivolgo alle autorità intervenute.
Ma con particolare affetto e vicinanza saluto e abbraccio tutti gli ospiti del Centro, qui convenuti con i loro familiari e tutti gli operatori. Al termine della celebrazione inaugureremo la “Casa Aterno”, un bellissimo progetto di accoglienza e di speranza. Esso si aggiunge ai molti luoghi della carità di cui la Chiesa di Pescara è ricca. Non molti anni fa, venendo qui per la festa di San Cetteo, ho avuto modo di visitare le strutture caritative e i servizi sanitario-riabilitativi della Fondazione Paolo VI.
Nella missione della Chiesa vi è certo in primo luogo l’evangelizzazione attraverso l’annuncio della Parola di Dio e l’amministrazione dei Sacramenti, ma certamente vi è l’impegno nella carità, così come il Signore stesso ci ha insegnato.
Il profeta Isaia, nella lettura da poco ascoltata, apre innanzi a noi orizzonti nuovi. Ci fa intravedere un mondo rinnovato dalla grazia di Dio, in cui la sofferenza e il dolore sono vinti; le vicissitudini umane vengono lette in un disegno trascendente che supera le nostre capacità e ci invita a guardare al futuro con rinnovata fiducia: «Giubilate, o cieli, rallegrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha misericordia dei suoi poveri. Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai».
L’amore di Dio è più grande dell’amore umano. Cosa c’è di più forte dell’amore di una mamma per i suoi figli? Lo vediamo in questi giorni dalla televisione: le donne ucraine che fuggono con i bambini in braccio, lontano dalle bombe, abbandonando tutto… lasciando i mariti in guerra… cosa c’è, dunque, più grande dell’amore di una madre? Nulla? No, c’è l’amore di Dio che è più grande ancora e non ci dimenticherà mai. L’amore di Dio va al di là del tempo e delle paure; supera anche la morte.
Perciò, fratelli e sorelle, siamo invitati a guardare all’amore che Dio ha per noi, immenso ed eterno, e ad esso si devono ispirare anche le nostre opere, che devono andare al di là del tempo, come Don Orione ci ha insegnato.
La pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato è la continuazione del racconto della guarigione di quel paralitico che Gesù aveva incontrato a Gerusalemme, presso una grande cisterna o serbatoio d’acqua: la piscina di Betzatà, collocata non lontano dal Tempio, presso una delle porte della città santa, la “porta delle pecore”.
Ci colpisce, anzitutto, il significato del luogo in cui avviene l’incontro: Betzatà vuol dire “casa della misericordia”. È qui, dunque, che Gesù usa misericordia verso una delle tante persone disabili incontrate durante la sua missione. Sono infatti davvero tanti i gesti di amore compiuti da Gesù verso i peccatori, i poveri o, come in questo caso, le persone con disabilità.
Quell’uomo a cui si rivolge Gesù giaceva a terra tra molti altri infermi. Non sappiamo perché il Signore si sia rivolto proprio a quel paralitico; l’evangelista Giovanni scrive però che era malato da trentotto anni, e chissà da quanto tempo cercava la guarigione attraverso l’immersione nell’acqua della piscina. La misericordia, invece, questa volta passa attraverso uno sguardo: Gesù, «vedendolo giacere», si rivolge a lui, e gli dice: «Alzati, prendi la tua barella e cammina».
Carissimi fratelli e sorelle – soprattutto voi, provati dalla disabilità – quanta impressione fanno queste parole, ascoltate proprio in un luogo come questo, dove il carisma del santo don Orione rivive nella cura per le persone che soffrono. Più precisamente, nella pagina del Vangelo ora proclamata sentiamo la voce di Gesù che parla, come un figlio, del proprio padre. Davanti a chi si stupisce per la guarigione compiuta da lui nel giorno di sabato, dice: «Il Figlio da se stesso non può fare nulla… il Padre ama il Figlio», e altre parole ancora su questa speciale relazione. Quanta intimità con Dio Padre emerge dalle parole di Gesù, la stessa che – nella nostra esperienza umana – i figli hanno con i loro genitori.
È così, potremmo dire, che il progetto cofinanziato dalla Conferenza Episcopale Italiana, chiamato “Dopo di noi”, trova un modello nella relazione tra genitori (un padre e una madre) e i propri figli. La cura che i figli disabili hanno ricevuto nelle loro case può infatti continuare, grazie all’aiuto di persone di buona volontà e i contributi stabiliti dalla Legge del 22 giugno 2016, «sull’assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare». Dalla promulgazione di questa Legge sempre più associazioni, parrocchie, istituti religiosi – con l’aiuto delle offerte dell’Otto per mille alla Chiesa Cattolica – hanno dato vita a tante iniziative di accoglienza: alloggi, piani di inclusione e di lavoro, e così via.
L’Opera Don Orione che oggi inauguriamo risponde così ai bisogni di tante persone e mostra il volto più bello della nostra Chiesa. Le parole dette da Gesù: «Alzati, prendi la tua barella e cammina», risuonano ancora, nelle opere compiute verso chi, come quel paralitico di Gerusalemme, ha bisogno di aiuto. Attraverso questa bellissima opera, poi, sentiamo ancora la voce di Gesù che parla del Padre suo, e possiamo ben dire che il Padre, il Dio di Gesù Cristo, si prende cura di tutti, e soprattutto di chi ha più bisogno.
Vi ringrazio, carissimi, per l’impegno, il lavoro, il tempo che profondete, come ha fatto il Signore Gesù, e continua a fare la Chiesa, verso i più fragili; e prego insieme a voi, in questa celebrazione eucaristica, perché il Vangelo – che qui mostra ancora la sua forza e porta i suoi frutti – sia annunciato non solo con le parole, ma soprattutto con la vita e le opere di misericordia.
30 Marzo 2022

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