Omelia in occasione dell'apertura della fase diocesana della causa di beatificazione del Servo di Dio Giampiero Morettini

Carissimi familiari di Giampiero, autorità, sacerdoti, fratelle e sorelle,
Dio ha desideri, per ciascuno di noi Dio sogna un sogno, e il suo sogno è la nostra felicità perché solo lui sa davvero chi siamo e chi, con l’aiuto della grazia, possiamo diventare. “Il sogno primordiale, il sogno Creatore di Dio nostro Padre, precede e accompagna la vita di tutti i suoi figli” (Francesco, Christus vivit 194) perché tutti e ciascuno possiamo diventare il sogno di Dio.
Siamo figli amati, chiamati a diventare ciò che siamo già. Infatti “fin d’ora siamo figli di Dio”, tuttavia “ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1Gv 3,2) e attende di disvelarsi attraverso quel gioco misterioso che accade tra la grazia di Dio e la nostra libertà. Lo Spirito Santo, da noi accolto, ci fa desiderare come desidera Dio, così da diventare quel capolavoro che dall’eternità il Padre ha sognato per noi.
Non dimentichiamo che, in ultimo, la vita ce la giochiamo sui sogni, sui desideri: diventiamo ciò che desideriamo, diventiamo ciò che sogniamo.
È vero che a volte dentro di noi c’è come una grande Babele, una confusione data dall’intrecciarsi ed anche dal contrapporsi di differenti desideri: il peccato ha frantumato l’unità interiore e troppo spesso ci troviamo divisi in noi stessi. Da questa prima divisione tutte le altre, tutte le frantumazioni che rendono dolorosa la nostra vita. Abbiamo quindi bisogno come di un “principio unificatore” che metta ordine nel groviglio interiore e che illumini la via giusta, quella dove tutti i nostri desideri trovano quiete nel desiderio di Dio, dove tutti i sogni sono sognati nel sogno di Dio, dove le frantumazioni sono composte e ricreata l’unità.
Questo principio è lo Spirito Santo, che “viene in aiuto alla nostra debolezza” (Rm 8,26) e da umani ci fa divini, ci fa figli, una filiazione che è un dono e un compito: siamo già di natura divina ma alla nostra libertà è affidato il compito di far fiorire la vita divina in noi fino alla “misura alta della vita cristiana ordinaria” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte 31) che è la santità.
Il sogno di Dio che trova finalmente compimento a Pentecoste, quando lo Spirito Santo, promessa e dono del Risorto è effuso su ogni uomo, è quello di farci santi: la meta della nostra vita è niente di meno che la santità.
È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi; potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo.” (Francesco, Messaggio per la Quaresima 2014)
In questa Pentecoste così particolare per la nostra Chiesa, contempliamo il frutto dello Spirito Santo così come si è manifestato, così come è fiorito, nella vita di un giovane uomo, un figlio della nostra terra che aveva un desiderio: diventare santo. Lo scrive nel testamento che abbiamo appena ascoltato: “Tu conosci il mio grande e unico desiderio che è quello di diventare Santo”.
Giampiero Morettini aveva desideri e sogni da inseguire, progetti da compiere e avventure da vivere. Giampiero ha vissuto appassionatamente e convintamente ogni stagione della sua vita: amico allegro e sincero, lavoratore instancabile, onesto e creativo, sognava quello che tutti gli adolescenti, tutti i giovani sognano, magari un buon lavoro, magari una bella famiglia.
Poi l’incontro che gli cambia la vita, che lo porta a desiderare di mettersi a disposizione del sogno di Dio. Come scrive ancora, nel testamento, la sua è stata una vita bella, non sprecata anche se recuperata, anzi riacchiappata da Dio. E Dio Lo “riacchiappa” nel marzo del 2006, mentre era intento a sistemare le casse di frutta e verdura nel suo negozio: “proprio in quel luogo è avvenuto l’inizio della mia conversione, precisamente quando una suora, aiutando il parroco don Francesco alle benedizioni pasquali, venne a benedire il negozio in cui lavoravo. Da questo momento la mia vita è cambiata” (dallo Scrutinio).
Da lì riprende il cammino cristiano con la frequentazione assidua dei sacramenti, specie dell’eucaristia e a iniziare una esperienza di ascolto, di comunione e di servizio nella parrocchia di Castel del Piano: ho dovuto camminare, allenare, perché non è che in due giorni ho cancellato le mie idee, i miei pensieri, è stata una santa palestra. È stato un periodo in cui ho iniziato ad amare e a farmi amare per quello che sono, a crescere con gli altri e in me, ma soprattutto con Gesù che è Tutto”.
Questa crescita nella fede e nell’esperienza ecclesiale lo porta piano piano a maturare il desiderio di fare della propria vita un dono a Dio attraverso la via del sacerdozio. È vero che chi beve dell’acqua dello Spirito, diventa egli stesso fontana per altri: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (Gv 7,37-38).
Il primo giorno in seminario, nell’ottobre 2010, accolto dal Rettore Mons. Nazzareno Marconi, Giampiero si presentò con questa frase: “vorrei regalare la mia vita a Dio”. E veramente Giampiero ha regalato la sua vita a Dio: lo ha fatto vivendo in maniera esemplare il suo stato di seminarista, sereno e allegro, disponibile con tutti, radicato nella preghiera personale e comunitaria, con fedeltà, con semplicità ma con tenacia: “generoso e sanguigno, era nella vita come era in porta quando faceva il portiere, tenace, non mollava” ricorda di lui un amico seminarista.
E non ha mollato neppure nei giorni, nelle settimane dell’agonia, del dolore, della malattia, quando dopo l’intervento al cuore, crocifisso a quel letto della terapia intensiva cardiologica, era lui che infondeva coraggio con un sorriso, con una parola, finché gli è stato possibile, chi lo andava a trovare. “Quella stanza era diventata l’altare del reparto dove c’era l’agnello immolato. Aveva difficoltà fisiche e mentali a pregare. Aveva gli incubi, difficoltà a leggere, faceva la comunione tutti i giorni e lo aiutavo a pregare insieme per offrire quello che lui viveva. Non soltanto le formule, ma l’unione di quello che viveva, con Gesù e Maria. Lui il fiat l’ha detto tutti i giorni, voleva vincere la battaglia della preghiera. In realtà io non l’ho aiutato a morire, l’ho aiutato a pregare” (don Francesco). Così la caposala: “Per la mia esperienza Giampiero era preparato a morire, sapeva che sarebbe accaduto. Io gli ho sentito sussurrare ‘sono nelle mani del Padre’”.
Giampiero muore il 21 agosto 2014, facendo fino in fondo la volontà del Padre, in una offerta di sé consapevole e serena, andando ad occupare quel “posto” che Gesù aveva preparato per lui, insieme ai santi dei quali aveva chiesto l’intercessione nella preghiera scritta appena prima di essere operato: “O santi, amici miei, portatemi la luce perché non mi perda nelle tenebre ma possa perdermi nelle braccia del Padre”.
 Oggi iniziamo la fase diocesana del processo “sulla vita, fama di santità e segni circa l’esercizio delle virtù eroiche” di questo nostro figlio, del Servo di Dio Giampiero che ha sognato dello stesso sogno di Dio e che, dal Paradiso ci accompagna con il suo sorriso dolce perché la nostra vita possa fiorire anche quando sembra essere un ramo secco, come il ciliegio secco del suo giardino che non volle fosse tagliato e che, dalla sua morte in qua, fiorisce rigoglioso ogni anno anche fuori stagione. Sia lodato Gesù Cristo!

 

22 Maggio 2021

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