Siamo nel pieno del tempo di Avvento, attesa che accende di speranza chi è nell’oscurità della tempesta, che risulta fastidiosa e irritante per chi è avvolto dal sonno della rassegnazione e dallo stordimento del benessere. Il Signore viene, non ci lascia soli, entra nella nostra condizione umana così drammaticamente fragile. Viene per farci trovare la nostra forza e grandezza, quella sua immagine nascosta in ogni persona. Ogni vivente è attesa. La vita è attesa, anche quando è sepolta sotto la paura, la tristezza, lo sconforto, l’amara disillusione, che nutrono il nichilismo. Oggi sentiamo nostra l’attesa del mondo che cerca pace e futuro, che ha bisogno di domani perché il desiderio di tutti è che “l’oggi resti oggi senza domani o il domani possa tendere all’infinito”. La guerra è invece la fine di tutto e per tutti, anche se pensiamo sempre che riguardi altri, come la morte. La guerra, con quello che la precede e la segue, non finisce se non trova pace. La pace non è accessoria: è vita, è la sola possibilità per vivere. Non ci si salva da soli dalla pandemia della guerra. Questa consapevolezza dovrebbe spingere a praticare sempre il dialogo, a evitare personalismi e vanità inutili e pericolose, a pensarsi in relazione agli altri e non senza o contro, a combattere la polarizzazione che contribuisce a fare crescere le parole e i sentimenti enfatici e ignoranti della guerra. È un sogno per ingenui cercare la pace? No. È follia piuttosto credere di giocare con la guerra ed è ingenuità presuntuosa e mortifera dell’uomo che si vuole fare Dio pensare di dominare la guerra. La guerra travolge anche chi la usa e anche il vincitore è uno sconfitto. Se ci si salva solo assieme allora la pace è affare di tutti e tutti dobbiamo costruire l’arca per proteggere dalla tempesta della violenza la nostra fragilissima vita. Gesù che aspettiamo è il “vero arcobaleno di Dio, che congiunge il cielo e la terra e getta un ponte sugli abissi e tra i continenti”, diceva Papa Benedetto. E un pezzo di questo arcobaleno è nascosto in ogni uomo, lo possiamo scoprire e regalare sempre. L’Avvento ci invita a preparare quel giorno nel quale molti popoli saliranno sul monte del Signore, ascolteranno la sua parola e decideranno di spezzare le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci. In questo tempo ho l’impressione piuttosto del contrario! Non impareranno più l’arte della guerra. Ecco perché Gesù scende dal cielo e sale sulla barca, la fragile barca della nostra umanità, dove siamo uniti nell’unico destino e la rende la nuova arca di Noè. Le onde rivelano la nostra debolezza, travolta dalla forza brutale della violenza, che rende insignificante la vita di tutti. Credo che non riusciamo a immaginare cosa significa la potenza distruttiva degli ordigni nucleari, capaci di distruggere milioni di persone in pochi attimi. “Siamo perduti!”. La risposta del Signore è: “Taci, calmati!”. La parola di Gesù è più forte della violenza dell’acqua. E la preghiera è che taccia il rumore della guerra. La preghiera non è l’ultima ma la prima scelta, perché la preghiera diventa memoria, solidarietà, accoglienza, intelligenza, disarmo di parole e di gesti violenti, ferma convinzione a cercare sempre e comunque la pace. Siamo presuntuosi a volere ancora la pace o sono presuntuosi e irresponsabili a rinunciare al dialogo, tanto da sprecare le occasioni e finire per diventare imbelli e pavidi, incapaci di scegliere con coraggio la via dell’incontro che richiede umiltà per capire e creare le condizioni per una pace sicura. Tutto è possibile a chi crede nella pace, a chi ha fede, perché Dio sarà con lui, perché il nome di Dio è la pace. Nella tempesta sentiamo oggi il grido di chi è minacciato. È la loro preghiera che sale a Dio da tanti angoli dimenticati del mondo ma non da Dio e con conflitti che tendono a cronicizzarsi. La passione per la pace nasce da questa sofferenza terribile, enorme, inaccettabile. “Un giorno qui è come mille anni”, dicono tutti coloro che ne sono travolti. La guerra è un ingranaggio che impone la sua logica e che alla fine nessuno riesce a dominare perché la guerra degenera anche il più giusto tra gli uomini, trasformandolo in “un animale umano”, per usare le parole di un militare consapevole della brutalità. La “guerra è sempre”, diceva un sopravvissuto. Ascoltiamo questa sofferenza enorme, facciamola nostra. Giovanni XXIII, alla vigilia del Concilio Vaticano II, disse una frase semplice ma essenziale: “Le madri e i padri di famiglia detestano la guerra”. Il Signore accoglie il dolore dei padri e delle madri che piangono per i loro figli, che guardano con angoscia a un altro anno di guerra. La domanda che vogliamo farci, e che ci agita, ci inquieta, è: abbiamo fatto tutto quello che potevamo per fermare la tempesta della guerra? Canetti si chiedeva: “Alla situazione che ha poi reso la guerra davvero inevitabile si è arrivati per mezzo di parole, parole su parole usate a sproposito. Se così grande è il potere delle parole, perché esse non dovrebbero essere in grado di impedire la guerra?”.
Ci prepariamo al Giubileo della speranza. E la nostra preghiera è che sia un’opportunità per la pace, per il coraggio del dialogo e del cessate il fuoco, per chiedere aiuto alla comunità internazionale di garantire le tregue e soprattutto per creare le condizioni di una pace giusta. Non accettiamo che l’unico modo per risolvere i conflitti torni ad essere quello di sempre delle armi, della forza. “Immemore dei drammi del passato, l’umanità è sottoposta a una nuova e difficile prova che vede tante popolazioni oppresse dalla brutalità della violenza. Com’è possibile che il loro grido disperato di aiuto non spinga i responsabili delle Nazioni a voler porre fine ai troppi conflitti regionali, consapevoli delle conseguenze che ne possono derivare a livello mondiale? È troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte? Il Giubileo ricordi che quanti si fanno «operatori di pace saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). L’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti. Non venga a mancare l’impegno della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di trattativa finalizzati a una pace duratura” (SNC 8). E questo coinvolge in particolare l’Europa che è nata da chi ha immaginato la pace e ripudiato la guerra, frutto anche delle sue profonde radici cristiane. Può l’Europa rinunciare al primo e vero diritto individuale e comune che è il diritto della pace e rinunciare a essere unita nell’esercitarsi nell’arte del dialogo, l’arte della vita? La pace è l’eredità dei morti e dei sopravvissuti e di una generazione di persone che hanno sognato e costruito l’Europa perché imparassimo a pensarci insieme e non più contro ma neanche senza l’altro. Insieme.
Ascolteremo i nomi di Paesi prigionieri della guerra. Sono nomi che contengono milioni di nomi, di persone. Accenderemo per ognuno di essi una luce, perché anche una piccola luce è spiraglio di speranza nell’oscurità. Accendiamo il nostro cuore diventando operatori di pace pieni di determinazione, senza compromessi con la logica del male e della divisione, liberandosi dal vischioso e sterile salvarsi da soli, per fare ciascuno sua parte, nelle varie responsabilità. È una responsabilità che è di tutti. Non si può essere neutrali. Scegliamo la pace perché diceva Paolo VI: “la pace è dovere. Dovere grave. Bisogna scuotere i cardini di inveterati pregiudizi: che la forza e la vendetta siano il criterio regolatore dei rapporti umani; che ad un’offesa ricevuta debba corrispondere altra, e spesso più grave offesa: «…occhio per occhio, dente per dente . . .» (Mt. 5; 38) che l’interesse proprio debba prevalere su quello altrui senza tener conto dei bisogni degli altri e del diritto comune… Bisogna mettere alla radice della nostra psicologia sociale la fame e la sete della giustizia, insieme con quella ricerca di pace, che ci merita il titolo di figli di Dio (Cfr. Mt. 5, 6, 9). Non è utopia, è progresso, oggi più che mai reclamato dall’evoluzione della civiltà, e dalla spada di Damocle d’un terrore sempre più grave e sempre più possibile, che le pende sul capo. Come la civiltà è riuscita a bandire almeno in linea di principio la schiavitù, l’analfabetismo, le epidemie, le caste sociali … malanni, cioè, inveterati e tollerati come fossero inevitabili e insiti nella triste e tragica convivenza umana, così bisogna riuscire a bandire la guerra. La buona creanza dell’umanità che lo esige. È il tremendo e crescente pericolo d’una conflagrazione mondiale che lo impone. Abbiamo il nostro singolare e personale dovere: essere buoni, che non vuol dire essere deboli; dire essere promotori del bene; vuol dire essere generosi, vuol dire essere capaci di rompere con la pazienza e col perdono la triste e logica catena del male; vuol dire amare, cioè essere cristiani”. La creanza dono del creatore ce lo suggerisce. Non siamo fatti per vivere e per ucciderci come bruti!
Vieni Signore che insegni agli uomini a non vivere come bruti, a riconoscere dentro la loro umanità l’immagine di Dio e tutto presto canti come quella notte a Betlemme: “Pace agli uomini che Egli ama”. Venga la pace.