Sappiamo come camminare verso l’ignoto (Cos’è noto?), perché cercare quello che ancora non c’è richiede speranza contro la speranza per non fermarsi, per non arrendersi alla paura, per non farsi vincere dall’amarezza o imprigionare dalla nostalgia che induce a preferire la schiavitù alla libertà, la sicurezza alla ricerca, il passato al futuro. I serpenti sono molto efficaci proprio quando siamo deboli, perché il male accarezza le fragilità, i punti deboli, le incertezze, uccidendo con il veleno della rassegnazione o con l’esaltazione del protagonismo. Lo sappiamo personalmente e lo vediamo nelle nostre comunità, nella città degli uomini dove il divisore confonde, arma, chiude, ossessiona, fa trasformare tutto in pane, rende vana la vita. La paura è tanto alleata della guerra, la violenza segue l’incapacità di parlarsi, l’assolutizzazione delle proprie convinzioni si trasforma in aggressività o in uno zelo mal riposto che finisce per distruggere quello che si crede di difendere e di amare. Si arriva a giustificare la violenza o a pensare come chiarificatrice la divisione che è sempre frutto del divisore.
Quando sperimentiamo la carestia e rientriamo in noi stessi, quando capiamo il tradimento e piangiamo, quando chiediamo perdono e ci lasciamo perdonare, il Signore può salvarci dal male. Infatti se non crediamo a “Io Sono”, non diciamo “Lui è” e quindi anche “io sono” così moriremo nei nostri peccati, perché diventano una condanna senza misericordia e perdono. Gesù è la salvezza, ma noi dobbiamo alzare gli occhi per incrociare la sua infinita misericordia, farci proteggere da Lui. Chi ha guardato l’amore di Gesù che dilexit nos fino alla fine comprende la forza che libera dalla condanna. È la forza dei martiri che hanno visto la forza di Gesù e che hanno dato la vita per il Vangelo. Guardarli ci aiuta a combattere il male, a liberarci dalla tiepidezza, dalle complicità che ci espongono e fanno perdere il cammino, a ricordarci di tanti Paesi dove si consumano guerre terribili. Il loro amore ci ha aiutato a liberarci dalle tenebre. Nell’anno 2025, secondo le informazioni raccolte dall’Agenzia Fides, sono stati uccisi nel mondo 17 missionari e missionarie: sacerdoti, religiose, seminaristi, laici. Ricordo la Nigeria e il Myanmar. Insieme a loro ci sono i tanti pezzi della nostra comunione, quanti non hanno alzato lo sguardo. Oggi – e sono felice di farlo assieme in questo momento così importante per la Conferenza Episcopale italiana – ricordiamo con riconoscenza mons. Enrico Bartoletti. Mons. Brambilla, che ha scritto alcune pagine ispirate da Paolo VI e da Bartoletti, ricorda come il suo linguaggio, pieno di passione e libertà di spirito, forgiò quella che potremmo definire la lingua CEI del primo ventennio post-conciliare, che trova espressione in alcuni testi che sono ancora oggi un riferimento luminoso, come il Documento di Base per il Rinnovamento della catechesi (1970), il testo programmatico per il primo convegno ecclesiale Evangelizzazione e promozione umana (1976) o Evangelizzazione e sacramenti.
Per Bartoletti la Parola è evento che rende attuale la presenza del Signore e il Sacramento è la ripresentazione viva del mistero della Pasqua. «La nostra consacrazione ci destina a Dio con tutto il nostro essere e col nostro esistere; ci radica in lui, sorgente di ogni vita; ci immerge in lui, oceano senza fine; ci fa suoi servi, per vivere al suo cospetto adoranti notte e giorno. Ci mette in contatto con Cristo, disponibili miracolosamente al suo sacerdozio, unico ed eterno; ci fa suoi amici destinati a una intimità con lui, che ci qualifica, ci assorbe e ci compromette» (Giovedì Santo 1968: Omelia 22). Il suo motto episcopale – In spe fortitudo – rivela la dolce forza, mite e per niente arrendevole, uno stile di servizio che ha saputo unire fedeltà al Concilio, amore per la Chiesa e attenzione concreta alla storia degli uomini e delle donne del suo tempo. Un pastore buono e amico.
Particolarmente incisive risultano, ancora oggi, le pagine dedicate al tema della pace. La pace non è un ornamento del messaggio cristiano, ma il suo cuore; non un’utopia irrelata, ma una responsabilità che passa attraverso la conversione, la giustizia e il coraggio della testimonianza. Bisogna disarmarsi per essere credibili. «Il dovere della pace richiede una mentalità nuova – la mentalità del Vangelo – e spinge il cristiano, come figlio di Dio, a contestare ciò che è ingiusto, a volere ciò che è buono per i propri fratelli; soprattutto a guardare in se stesso, per capire se qualcosa si oppone in lui, nel suo modo di vivere, egoistico e superbo, all’espansione della vera pace». «Tutto il rinnovamento della Chiesa, auspicato dal Concilio, non consiste in sostanza altro che in questo: in una rinnovata, trasparente, umile, progressiva fedeltà al Vangelo».
In questa nostra stagione ci ispiri mons. Bartoletti a guardare con serena determinazione il futuro e ad essere miti e forti discepoli del Vangelo e della Chiesa e ad affidarci con sapienza e cuore all’amore provvidente di Dio che ci insegna ad amarci, spiegando cosa significa, e che non ci farà mancare di cosa mangeremo e cosa vestiremo.