Omelia in occasione della S. Messa in ricordo del Beato Rosario Livatino

Presso la Corte Suprema di Cassazione

È una gioia e un onore per me essere oggi con voi, e presiedere l’Eucaristia ricordando Rosario Angelo Livatino, magistrato e martire.
Vorrei anzitutto lasciarmi guidare – come è doveroso e giusto – dalla Liturgia della Chiesa, che ricorda in questo giorno la memoria di un altro santo, San Pio da Pietrelcina: la stessa Liturgia, poi, ci ha proposto per questo giorno l’ascolto di due importanti pagine della Scrittura, sulle quali vorrei brevemente soffermarmi.
Forse non è casuale che l’occasione per ricordare Rosario Livatino coincida con la memoria di Padre Pio: tutti e due sono stati protagonisti della vita religiosa e civile del loro tempo; tutti e due uomini del Sud del nostro Paese, che hanno mostrato i segni di quella grande potenzialità e vitalità che ha il Meridione d’Italia. Uno però, Padre Pio, religioso francescano, e l’altro, Livatino, laico: il primo, morto «sazio di giorni», all’età di 81 anni, mentre Livatino è stato ucciso ed è morto prematuramente, all’età di solo 38 anni, vittima di un agguato mafioso. Mentre Padre Pio si occupava, nel foro interno della confessione, dell’anima e della vita dei fedeli, Livatino, nel foro del Tribunale, si prendeva cura di coloro che chiedevano giustizia allo Stato.
Tutti e due hanno contribuito, Padre Pio e Rosario Livatino, a costruire – con la preghiera, con la loro fede, con il loro impegno e la loro vita donata – il regno di Dio, e insieme ad esso una società migliore.
È di questo che tratta la prima lettura che è stata proclamata, dal libro del profeta Aggeo. Composto in un momento delicato della storia d’Israele, quello cioè della ricostruzione di uno stato e di una città, Gerusalemme, dopo il ritorno dall’esilio babilonese, descrive nel brano di oggi quei ritardi e quelle incertezze che Dio rimprovera al suo popolo. Il profeta arriva a dire: «Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa [cioè, il tempio di Gerusalemme] è ancora in rovina?» (Ag 1,4). È venuto il tempo della ricostruzione, dice il profeta, e questo non ammette ritardi, non ci si deve scoraggiare, non ci si può occupare solo delle proprie abitazioni, ma del bene comune. Bisogna risvegliare le energie, le forze migliori che si possono mettere in campo per ripartire.
Carissimi, è quasi inutile sottolineare quanto questa profezia così antica intercetti la nostra storia e le competenze di coloro di voi impegnati nell’ambito della giustizia. Se è facile lasciarsi prendere dallo sconforto, a causa di ritardi e di molteplici difficoltà, la ricostruzione è possibile, diceva il profeta. È per questo, per una giustizia vera che ha lottato Livatino, fino a dare la sua vita come martire. È per questo che ha combattuto con tutte le sue forze, e con la costanza dell’impegno quotidiano, contro le ingiustizie, come quelle di cui si parla nei vangeli. Erode Antipa – abbiamo ascoltato nel brano del Vangelo secondo Luca – quasi si vantava di aver «fatto decapitare» un innocente, Giovanni Battista (Lc 9,9)!
La voce del profeta Giovanni sembrava essere interrotta per sempre, e così sembrava che l’ingiustizia prevalesse. Ma sappiamo che più forte delle ingiustizie è il bene, e che il male può essere sconfitto. Quello che Giovanni annunciava, cioè la conversione e una vita vissuta nella giustizia, non andrà perduto, e Gesù ripartirà proprio da lì, dalle parole del Battista, chiedendo di cambiare mentalità per accogliere Dio e la sua misericordia: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (cf. Mt 4,17).
Nella preghiera “Colletta” della memoria del martire Livatino – memoria liturgica che, come sapete, si celebrerà per la prima volta il prossimo 29 ottobre (giorno dell’anniversario della sua Cresima) – si legge un’invocazione molto suggestiva: «O Dio, che hai fatto risplendere tra noi la testimonianza di fede del beato Rosario Angelo, operatore di pace e giustizia sino al martirio, concedi anche a noi, sul suo esempio, di porre sotto la tua tutela le nostre azioni, per avere in eredità il regno dei cieli». È quanto chiedo anch’io, ora: per me; per voi impegnati nella tutela della giustizia; per tutti i governanti e per il nostro Paese. Preghiamo perché tutte le nostre azioni, ogni nostro gesto, siano sotto la «tutela» del Signore.
Livatino aveva scritto già sulla sua tesi di Laurea in giurisprudenza, nel 1975, quel motto che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita: «Sub tutela Dei». Sappiamo che senza l’aiuto di Dio e del suo Santo Spirito, non possiamo fare nulla. E voi sapete bene, per la vostra esperienza, come non sia facile prendere decisioni importanti che riguardano la vita degli altri (innocenti o colpevoli), e che si riflettono sull’armonia e la pacifica convivenza nel nostro Paese: il Signore accompagni il vostro importante compito nella società civile, che con dedizione e sacrificio portate avanti per il bene comune.
L’intercessione del beato Rosario Livatino vi accompagni sempre, e vi custodisca il Signore Gesù che – come ripetiamo nel Credo Niceno-costantinopolitano – «di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti».

23 Settembre 2021

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