Omelia in occasione del 54° anniversario della Comunità di Sant'Egidio

Care sorelle e cari fratelli,
si prova una certa emozione ad ascoltare la Parola di Dio nell’insigne Cattedrale di Roma. Specialmente questa sera, con la presenza della Comunità di Sant’Egidio, questa esperienza acquista un valore e un significato del tutto particolare. La Parola di Dio è davvero una fonte inesauribile, sempre ricca di indicazioni e consolazioni. Sono lieto di presiedere questa liturgia nel ricordo del 54° anniversario della Comunità. Saluto tutti con affetto, come saluto gli amici della Comunità, radunati qui a far festa, molti dei quali conosco da anni. Non posso non ricordare il fondatore della Comunità, il prof. Andrea Riccardi, e il suo presidente, prof. Marco Impagliazzo. E come dimenticare il carissimo mons. Vincenzo Paglia, di cui tutti conosciamo lo zelo pastorale. Inoltre saluto fraternamente il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, insieme al carissimo card. Giovanbattista Re, con il quale ci siamo conosciuti a Firenze nel 1977, al comune servizio dell’indimenticabile arcivescovo card. Giovanni Benelli. Rivolgo un cordiale ossequio a tutte le autorità presenti.
Guardando voi, ho un’immagine di universalità, non solo per motivi internazionali, ma soprattutto per criteri evangelici. È infatti noto il vostro impegno in tutto il mondo a favore della giustizia e della pace. La vostra universalità è quella del Vangelo: cominciare dai piccoli e dai poveri, includerli nella fraternità e nel sostegno solidale. Come una volta ho detto a Perugia, presentando un libro di Andrea: “vi siete fatti vicini agli invisibili prima di tutto, questo vi ha reso visibili”. Siete stati e siete amici dei poveri a Roma, nelle periferie, nelle strade dove ci sono donne e uomini senza casa, tra gli anziani soli. A Roma, in Italia e nel mondo.
Parlando di Gerusalemme, il profeta Isaia dice: “Molti popoli vi accorreranno”. Il primo popolo che è accorso è quello dei poveri e degli invisibili. I vostri amici di sempre. Ho ancora vivo il ricordo di quando ho visitato, quasi per caso, il vostro centro di accoglienza a Roma, a San Gallicano in Trastevere: persone di tutti i tipi, italiani e immigrati, rom, gente nel bisogno, anziani… Tutti ascoltati ed accolti con affabilità. Era come se quel popolo si fosse passato la parola: andiamo lì, perché saremo accolti! Lo dice Isaia: “Venite, saliamo al monte del Signore…”. Infatti, il monte del Signore non è lontano, ma è lì dove “esce” la Parola del Signore, dove si vivono le vie dell’accoglienza, dell’amicizia, del prendersi cura degli altri.
Avete avuto a cuore anche quel popolo, fatto di genti di origine diversa, che non trova casa in questo mondo difficile: il popolo dei profughi e degli immigrati. Con i corridoi umanitari avete aperto ponti laddove sono muri e fili spinati. I corridoi umanitari, realizzati con la collaborazione di altre istituzioni e l’aiuto del Ministero dell’Interno, nascono dalla vostra ansia di non chiudere la porta, di realizzare una società aperta. Nascono dal pensiero per i lontani, spesso ignorati nel silenzio dei campi di raccolta o nell’abbandono. Chi ascolta il loro flebile grido?
Molti sono accorsi alla Comunità di Sant’Egidio parlando lingue diverse e cercando casa. Avete cercato una soluzione per tutti, con affetto ma anche con paziente concretezza. Tanti integrati nel nostro Paese lo testimoniano.
Molti sono venuti da Paesi lontani, che patiscono la guerra, per cercare una via di pace attraverso il colloquio. Penso ai mozambicani alla ricerca della pace anni fa, ad altri popoli africani, per cui vi impegnate avendo come solo interesse la pace, in un mondo politico internazionale in cui sembra non essere prioritaria. Lo ha sottolineato papa Francesco nella Fratelli tutti: “il sogno di costruire insieme la giustizia e la pace sembra un’utopia di altri tempi”. Avete tenuto alto il sogno della pace, non solo a parole, ma con i fatti!
Questo sogno dev’essere sempre possibile! Laddove c’è il Signore (ed Egli è presente nella storia) la pace è possibile. Lo assicura il profeta a un popolo pieno di timori di fronte a orizzonti internazionali preoccupanti ed imprevedibili: “ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d'aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un'altra, e non impareranno più la guerra”. Sembra un orizzonte irraggiungibile: infatti abbiamo smesso di sognare la pace. Eppure, la Parola di Dio accende in noi questo sogno. Mi viene da pensare a Giorgio La Pira, a me tanto caro, che scriveva al termine di un suo accorato messaggio: “Sogno? No. Cammino inarrestabile della storia della Chiesa – di Cristo! – nella storia presente del mondo”.
Ritrovo in voi quel sogno, che La Pira nutrì, ma anche quel senso di concretezza che egli stesso ebbe, utilizzando l’unica arma dei noi credenti: l’amicizia che unisce e la premura concreta per gli altri. Gli amici del Signore sono gli amici degli uomini e delle donne, dei popoli: “Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio”. Non siamo servi di nessuno, degli strumenti tecnici, degli interessi finanziari, ma viviamo l’amicizia come servizio all’umanità. Siamo liberi e amici di tutti!
La Pira, in tempo di guerra fredda, criticato e irriso da molti, aveva percepito un movimento inarrestabile nella storia, divergendo dai pessimisti e dai guerrafondai: un “moto unitivo” che pulsava in quella che chiamava la “geografia del profondo” e che spingeva all’incontro, alla pace, all’unità. È il movimento unitivo dei popoli che sale verso Gerusalemme! Non siamo condannati all’incomprensione, allo scontro, al muro, alla guerra.
Il sindaco di Firenze scriveva a Paolo VI: “Un sogno? Ne abbiamo viste tante! Perché non potremmo vedere anche questo fatto così essenziale per la pace del mondo e l’inaugurazione di una nuova epoca storica della Chiesa e dei popoli? Non può il Signore far anche questo miracolo?”.
Questo non è essere improvvidi sognatori, ma gente di fede che agisce e che prega. Su questo vorrei soffermarmi in conclusione, perché la fede sposta le montagne. La preghiera e l’ascolto della Parola di Dio sono decisivi per la vostra Comunità che, in tanti luoghi del mondo, a partire dalla basilica di Santa Maria in Trastevere, si ritrova la sera a pregare. Anche io, a Perugia, ho destinato a voi di Sant’Egidio una chiesa per la preghiera. Pregare è “dimorare in lui”: “Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano”. 
La preghiera è la nostra forza, perché il Signore ci ascolta più di quanto crediamo, Egli è il Dio dell’impossibile: “Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto”.
La forza di La Pira era la preghiera e scrutare la storia alla luce della Parola di Dio. Alla luce del suo insegnamento, ci ritroveremo fra due settimane a Firenze con i Vescovi e i Sindaci del Mediterraneo per parlare ancora di pace e per gettare ponti di amicizia e di fraternità, nel grande e impegnativo tema della “cittadinanza”.
Carissimi, voglio ringraziarvi per quello che siete e che fate. Come ringrazio tutti coloro che, in tanti modi, aiutano la vostra opera. Siete animati dal sogno che una Gerusalemme di pace: la sua vera realtà è nel cielo, ma è anche necessario costruirla con le nostre mani su questa terra. Non rinunciate mai a coltivare questo sogno; non cedete alla rassegnazione!
Come Presidente dei Vescovi italiani, ma anche come un Vescovo anziano di questo nostro Paese, so il bene che avete fatto, ma anche il bene che potete e volete ancora compiere, assieme a quello di tanti uomini e donne di buona volontà. Coraggio! Non solo la Chiesa, ma l’Italia e altri Paesi, aspettano il vostro impegno. Non abbiate paura! E nei momenti di timore, vi soccorrano le parole di Gesù: “Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia”. Lui ci ha scelto e Lui ci ascolterà in tutto quello che gli chiederemo. Questa è la consolazione più grande!

10 Febbraio 2022

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