Vita consacrata

Messaggio per la 10ª Giornata mondiale per la vita consacrata – 2 febbraio 2006

Messaggio per la 10ª Giornata mondiale per la vita consacrata - 2 febbraio 2006

che riconoscono nel Bambino il Signore che viene.
 Se calasse questa tensione, che prende nel tessuto vivo della loro esistenza uomini e donne consacrate, si affievolirebbe la luce della lampada che la stessa vita consacrata è chiamata a diffondere nella Chiesa. Per questo sempre Giovanni Paolo II scriveva: “la Chiesa non può assolutamente rinunciare alla vita consacrata”.
 Nella traccia di riflessione in preparazione al Convegno di Verona, siete stati invitati, a essere “narratori di speranza”, proclamando i “mirabilia Dei , le opere eccellenti di Dio”, e abbiamo indicato tra le esperienze da mettere sul “candelabro come profezia di futuro” prima fra tutte la vita consacrata, nella varietà dei suoi carismi messi generosamente a servizio della Chiesa e dell’intera società come semi di speranza.
 La speranza nasce e cresce dove fiorisce la santità, dove Dio è cercato, amato e servito, dove brilla il servizio disinteressato ai fratelli, dove l’attesa del compimento delle promesse di Cristo sostiene il cammino di fedeltà alla propria vocazione tra “le prove del mondo e le consolazioni di Dio”.
 I Santi Fondatori e le Sante Fondatrici sono un “segno indelebile” della santità germogliata nel solco della storia e della vita della Chiesa.
 Dal cielo, con la loro intercessione, sostengano i passi della schiera di uomini e donne che, affascinati dal loro esempio di santità, li seguono e veglino sul cammino della Chiesa italiana di cui, molti di loro sono stati  figli e testimoni di speranza.

Roma, 27 dicembre 2005
Festa di san Giovanni
apostolo ed evangelista

Alle consacrate e ai consacrati.
Ai sacerdoti, ai diaconi e ai fedeli.

 La Chiesa italiana, in cammino verso il Convegno di Verona, sosta oggi in contemplazione e con atteggiamento di gratitudine al Signore per il dono dei consacrati/e che, con la loro presenza capillare nel tessuto delle Chiese locali, tengono accesa la lampada della speranza per rischiarare i passi di noi tutti pellegrini in cammino verso l’incontro con il Signore.
 Oggi, attingiamo dall’inesauribile riserva di fede e di preghiera, che sono le comunità di vita consacrata,  l’olio necessario perché “le nostre lampade non abbiano a spegnersi”.
 La liturgia ci invita a entrare nel tempio per rivivere la gioia di Simeone ed Anna che hanno incontrato “la consolazione d’Israele” e hanno visto “la salvezza preparata dal Signore”, ma anche per raccontare l’incontro con i due sposi trepidanti che portano in braccio il bambino Gesù, “salvezza” profetizzata da lunga data e finalmente realizzata. 
 Il nostro Salvatore appare debole tra le mani di Maria e Giuseppe, piccolo, bisognoso di tutto e così manifesta l’amore di Dio per noi; amore che sta alla porta e bussa e a chi gli apre offre se stesso.
 Non possiamo non pensare a questa realtà, quando il Signore chiama a condividere la sua debolezza per portare al mondo la salvezza. La storia della santità, nel cui solco si sono incamminati Fondatori e Fondatrici delle Famiglie religiose, racconta che, proprio nella misura in cui si è piccoli, si diviene portatori di quella salvezza che non è nostra, ma sua e da Lui preparata per tutti i popoli.
 Dio non ha bisogno della nostra forza, anche se ci chiede di impegnare tutte le energie e capacità per l’avvento del Regno.
 Accettando di mettere a disposizione del Signore la debolezza personale e istituzionale, tipica di questo frangente storico, le persone consacrate testimoniano che il regno è suo ed è un dono che va al di là di ogni attesa; mani, mente e cuore, tutto è a servizio del Regno.
 Simeone e Anna sono anziani e profeti, e il dono della profezia li rende perennemente giovani nella sapienza di una vita vissuta con il Signore.
 E lo Spirito che li fa profeti, perché è lo Spirito che conosce le profondità di Dio e fa vedere la sua azione nel mondo. Quindi ciò che conta è accogliere lo Spirito, invocarlo incessantemente e vivere nell’attesa del compimento delle promesse del Signore.
 Stupenda provocazione per le consacrate e i consacrati di oggi, chiamati anch’essi a far riconoscere l’opera di Dio nella storia della Chiesa e del mondo, a vedere ciò che gli altri non vedono, ad alimentare così la speranza che il Signore viene davvero e aiutare umilmente ad attenderlo nella quotidiana e operosa vigilanza. 
 Il Servo di Dio, Giovanni Paolo II, scriveva: “Chi attende vigile il compimento delle promesse di Cristo è in grado di infondere speranza anche ai suoi fratelli e sorelle, spesso sfiduciati e pessimisti riguardo al futuro”(esort. ap. Vita consecrata, n. 27 c).
 Anche il popolo di Dio, nelle sue prove non piccole né rare, attende da coloro che seguono Cristo più da vicino un’efficace testimonianza di serenità e fiducia.
 In una società, attraversata da una cultura dal cui orizzonte è scomparsa la speranza del futuro di Dio, i figli della Chiesa e, tra loro in modo singolare i consacrati, si sentano abitati dalla speranza.
 Noi Vescovi abbiamo scritto che l’eclissi della speranza “si manifesta a volte negli stessi ambienti ecclesiali, se è vero che a fatica si trovano le parole per parlare delle realtà ultime della vita eterna” (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 2).
 Radicata nella vocazione battesimale e nell’universale chiamata alla santità, la vita consacrata ha senso nell’essere memoria viva che la Chiesa è sempre in cammino incontro al suo Signore. Ne è un esempio la pagina evangelica in cui a Maria e Giuseppe che salgono al tempio si fanno incontro Simeone e Anna

27 Dicembre 2005

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