Le porte del Mediterraneo. La giusta rotta

Conferenza internazionale sulla cultura mediterranea tra architettura, storia, archeologia e religione
Saluto
le autorità qui presenti, i diplomatici, il Presidente della Regione, il Sindaco, i rappresentanti delle Chiese. Ringrazio Mons . Giovanni Roncari, i membri del Comitato scientifico, i coordinatori di questo autorevole incontro.
Pitigliano è una important e “terrazza” sul Mediterraneo, un segno di contraddizione che testimonia che la convivenza fra uomini e donne di fedi diverse non solo è possibile, ma è generatrice di cultura, di bellezza, di integrazione e di prosperità come racconta l’urbanistica e la a rchitettura di questa meravigliosa città.
Ci troviamo per riflettere sulla cultura mediterranea fra architettura, storia, archeologia e religione: credo che mio compito, oggi, sia parlare del cammino della Chiesa italiana che negli ultimi anni ha inteso le ggere sé stessa e la sua missione a partire dalla sua appartenenza al Mediterraneo.
Un’operazione non facile, perché è dalla fine dell’antichità che l’autocoscienza dell’occidente cristiano ha perso molto del “respiro” delle sue origini mediterranee; il ch e ovviamente non significa che le dinamiche interculturali non siano attive, ma che se ne è persa la piena consapevolezza e con essa un’importante chiave di lettura della realtà.
Non sarò né esaustivo né sistematico: proverò semplicemente a raccontare, toccando solo alcuni aspetti, come lo sguardo mediterraneo possa aiutarci a vedere la Chiesa italiana, la sua missione e il futuro che, fidandoci di Dio, siamo chiamati a immaginare e costruire.
Se guardo retrospettivamente agli ultimi anni vedo, per la Chie sa italiana, due grandi sfide, oltre, naturalmente, la pandemia che per i cattolici italiani costituisce anche un’occasione per “fare i conti” con una realtà molto impegnativa. Le sfide sono la ricezione del magistero e del ministero profetici di papa Fran cesco e, appunto, la coscienza mediterranea . Si tratta di sfide solo apparentemente disgiunte, in realtà strettamente connesse
Dobbiamo dirlo: il P apa ci ha sorpresi. Non eravamo del tutto pronti! Il P apa ha inteso principalmente ricordare che al cuore de lla vita ecclesiale vi è la gioia del Vangelo, incarnata in forza di una costante capacità di dialogo con la società e del discernimento comunitario. Ci eravamo un po’ abituati a delegare ai vertici e ai convegni, che pure sono importanti, il compito del d iscernimento. Non è così: il discernimento nella Chiesa è una dinamica teologale di ascolto costante del Vangelo e di lettura della realtà sociale, culturale ed ecclesiale che deve coinvolgere ogni esperienza comunitaria e metterla in dialogo con le altre Occorre anche essere consapevoli ho sempre ben presente la lezione di uno dei miei maestri, Mons . Enrico Bartoletti che il discernimento attiva l’assunzione personale di responsabilità nei vari ambiti professionali, culturali e politici.
Senza questa assunzione adulta di responsabilità laicale, il cattolicesimo italiano si condanna all’ irrilevanza . È questo che fin dall’inizio del mio mandato ho inteso come Politica con la “P“ maiuscola . Sarebbe, infatti, sbagliato e illusorio pensare che la rilevanza politica del cattolicesimo possa promanare dai rapporti della Conferenza Episcopale con le istituzioni e con le forze politiche. Significherebbe oltre che non aver fatto i conti col Concilio Vaticano II, non averli fatti con la realtà!
Ecco i grandi passaggi di Papa Francesco: gioia del Vangelo e discernimento (Evangelii Gaudium), percezione della realtà delle famiglie più realistica ed inclusiva (Amoris laetitia), consapevolezza circa le sfide dell’umanità che i cristiani devono cogliere in coerenza al Vangelo, da vivere assieme agli uomini e alle donne di buona volontà nei contesti locali e a livello globale (Laudato sii, Fratelli tutti). La C hiesa italiana è chiamata a recepire questo magistero con la creatività che le è consegnata dalla tradizione del l’umanesimo, da rinnovare sintonizzandosi con i sentimenti di Cristo, di umiltà, disinteresse, beatitudine (Discorso di Firenze, 2015).
È stato importante, credo, lavorare affinché la Chiesa italiana cogliesse unita la portata epocale del pontificato di F rancesco, che ha avviato una nuova fase di ricezione del Concilio Vaticano II. Il cammino sinodale appena avviato sta muovendo i suoi primi passi proprio col conforto di questa unità.
Ma quali sono le connessioni fra l’impulso che Francesco dà alla Chiesa
italiana e la “ svolta mediterranea ”? Esse sono molteplici, a livello simbolico, dottrinale ed ermeneutico. Dal punto di vista simbolico, mi limito a ricordare, senza pretesa di esaustività, che importanti eventi del ministero profetico del pontefice si so no svolti nel Mediterraneo: Lampedusa 2013 e Lesbo 2016; Cagliari 2013, con il durissimo discorso sulla questione del lavoro; gli incontri di Bari con i patriarchi (2018) e con i vescovi del Mediterraneo (2020). Dal punto di vista dottrinale, pensiamo al d ocumento sulla fratellanza umana, al discorso al Convegno di Napoli, al discorso tenuto a Bari nel 2020.
Ciò però su cui vorrei maggiormente attirare la vostra attenzione è l’aspetto ermeneutico. Perché lo sguardo da cui parte Papa Francesco è lo sguardo dalle periferie . Si tratta di un aspetto essenziale, determinante. Solo dalle periferie, fuori dal proprio centro, è infatti possibile scorgere la realtà nella sua poliedricità e accettare che essa sia complessa, non univoca ma attraversata da diverse dina miche. Senza accettare la complessità e le sue polarità è impossibile abitare la  realtà e avviare processi culturali autentici, cioè trasformarla nel senso del bello, del bene e del giusto in apertura al futuro e a Dio, che trascende la storia stessa e ne è il destino.
Lo sguardo a partire dalle periferie (umane, esistenziali e geografiche) produce come primo effetto quello di accorgersi di essere noi stessi periferici, poiché la realtà del mondo e della vita è policentrica e plurale, e non siamo che pelleg rini e ospiti di questa terra, che dobbiamo consegnare alle generazioni future.
Ebbene per la Chiesa italiana (ma questo vale anche a livello politico!) prendere coscienza di non essere il centro e di non essere solo parte dell’occidente europeo, ma di ess ere anche originariamente mediterranea, significa cogliere tutti i punti di vista che rendono il Mediterraneo un crogiolo di diversità e uno spazio essenziale della storia: le diverse religioni, culture, tradizioni liturgiche che già convivono nei diversi contesti; le contraddizioni più dolorose e profonde, le guerre, la miseria e le diseguaglianze, i cambiamenti climatici e la desertificazione, la questione del lavoro giovanile, la questione dei diritti civili, quella dell’identità e del senso di appartenenza delle giovani generazioni, la questione della cittadinanza…
Proprio per questo sono convinto che la “svolta mediterranea” debba essere concepita come premessa e accompagnamento del cammino sinodale nazionale della chiesa italiana, pena uno sguardo auto referenziale, forzatamente incatenato a un passato che non può tornare.
Faccio alcuni esempi concreti, anche per spiegare cosa intendevo quando ho detto che la pandemia per la Chiesa italiana è una “resa dei conti” con la realtà. Stiamo capendo che finita la pandemia non torne remo alla situazione di prima, ad esempio, molte delle famiglie che hanno interrotto la frequenza domenicale probabilmente non riprenderanno e il calo di persone disponibili al servizio ecclesiale richiederà che si cessino alcune att ività che prima si facevano. Non è mancata, grazie a Dio, e non manca una coerente testimonianza della carità e della presenza solidale accanto a molti che si sono ritrovati sconfitti dalle conseguenze economiche e sociali della pandemia. Dobbiamo, tuttav ia, riconoscere che, come Chiesa italiana, facciamo molta fatica ad offrire una lettura di fede, autentica e condivisa, della situazione che stiamo vivendo. Oltre e prima la pandemia, c’è un processo profondo che attraversa da tempo la nostra società e che adesso è davvero impossibile ignorare, perché chiama in causa la trasmissione della fede, non più scontata. Ebbene, uno sguardo autoreferenziale, schiacciato sul punto di vista della modernità occidentale, ci indurrebbe a leggere questo fenomeno solo alla luce dei processi di secolarizzazione, pur intesi nelle più varie accezioni. Ma questo sarebbe uno sguardo solo parziale che l’orizzonte mediterraneo è, invece, in grado di completare per via di tutto il fermento religioso che lo caratterizza, pur con tut te le sue, anche inquietanti, contraddizioni. Non si tratta di un aspetto teorico e marginale, ma di qualcosa da considerare attentamente da chiunque voglia comprendere la realtà che viviamo. Se noi cattolici nelle nostre analisi assolutizziamo il peso dei processi di secolarizzazione ci precludiamo l’accesso alla comprensione di dinamiche che sono invece fortemente presenti e foriere di futuro, come le dinamiche della ricerca religiosa, di spiritualità e di vita interiore delle giovani generazioni.
Io vedo con dolore e con preoccupazione il fatto che non siamo molto in grado di comprendere i percorsi e i linguaggi della ricerca spirituale dei giovani, e sbrigativamente diciamo che sono estranei al discorso religioso perché secolarizzati. La realtà è più com plessa perché le giovani generazioni si confrontano con più universi religiosi e li attraversano, impossibile parlare loro in maniera comprensibile di Gesù se non siamo in grado, ascoltandoli, di dialogare e comprendere questi universi religiosi e di ricer ca spirituale.
Altra dinamica che lo sguardo mediterraneo ci aiuta a cogliere è proprio quello del pluralismo religioso. Vi sono numerose comunità cristiane, cattoliche e non, che si formano come conseguenza dei movimenti migratori, e altrettante comunità di altre religioni. Esse disegnano già adesso una presenza nel nostro paese plurale; sarebbe davvero impossibile non configurare l’azione missionaria delle nostre parrocchie se non come vita ecclesiale ecumenica e impegnata nel dialogo interreligioso, sopr attutto sulle questioni concrete della vita quotidiana.
Chi si recasse in visita in Marocco troverebbe una Chiesa in grande fermento, ospitale e in crescita, risultato della capacità di integrare le persone, gran parte sono cristiane, che numerose proveng ono dall’Africa subsahariana e si fermano lì, per motivi di studio, di lavoro, o in attesa di poter entrare in Europa. Si può vedere quindi una Chiesa ecumenica nel concreto, capace di dialogare con la civiltà islamica che contraddistingue la società maroc china. Esempi simili si possono fare per tante realtà mediterranee.
Esperienze pastorali da cui abbiamo molto da imparare.
Occorre che noi cattolici viviamo la fede e leggiamo le sfide del presente alla sua luce; scoprendoci chiamati a processi di comunio ne con tutti e di liberazione da tutto ciò che è oppressivo e genera morte e sofferenza. Il Mediterraneo è un caleidoscopio in cui si concentrano le crisi del mondo che esigono che i cristiani siano una profezia vivente dell’amore di Cristo. Un contesto ch e esige la presenza profetica dei cristiani che testimoniano la potenza liberatrice del Vangelo.
Ecco, solo, alcuni “spunti sparsi”, dai quali però è possibile intuire la posta in gioco, per la Chiesa italiana della sua “svolta mediterranea”.
Pitigliano è un piccolo e prezioso gioiello con una grande vocazione nel Mediterraneo!
Ringrazio, ancora dell’occasione di oggi, l’invito che mi avete rivolto, infatti, rafforza il dialogo tra la vocazione culturale, ecclesiale e politica di Pitigliano e il cammino c he la chiesa italiana sta percorrendo assieme alle altre chiese del Mediterraneo.
 
10 Settembre 2021

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