Al centro del nostro rapporto con i sacerdoti, come della stessa vita nostra e loro, sta con tutta evidenza la relazione a Cristo, l’unione intima con Lui, la partecipazione alla missione che Egli ha ricevuto dal Padre. Il mistero del nostro sacerdozio consiste in quella identificazione con Lui in virtù della quale noi, deboli e poveri essere umani, per il Sacramento dell’Ordine possiamo parlare e agire in persona Christi capitis.
L’intero percorso della nostra vita di sacerdoti non può puntare che a questo traguardo: configurarci nella realtà dell’esistenza e nei comportamenti quotidiani al dono e al mistero che abbiamo ricevuto. Devono guidarci e confortarci in questo cammino le parole di Gesù: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). Il Signore si mette nelle nostre mani, ci trasmette il suo mistero più profondo e personale, ci vuole partecipi del suo potere di salvezza. Ma ciò richiede evidentemente che noi a nostra volta siamo davvero amici del Signore, che i nostri sentimenti si conformino ai suoi sentimenti, il nostro volere al suo volere (cfr Fil 2,5).
L’orizzonte dell’amicizia in cui Gesù ci introduce è poi l’umanità intera: Egli infatti vuol essere per tutti il buon Pastore che dona la propria vita (cfr Gv 10,11). Perciò anche la nostra sollecitudine pastorale non può che essere universale. Certamente dobbiamo preoccuparci anzitutto di coloro che, come noi, credono e vivono con la Chiesa, e tuttavia non dobbiamo stancarci di uscire, come ci chiede il Signore, “per le strade e lungo le siepi” (Lc 14,13), per invitare al banchetto che Dio ha preparato anche coloro che finora non lo hanno conosciuto, o forse hanno preferito ignorarlo. Cari fratelli Vescovi italiani, mi unisco a voi nel dire un grande grazie ai nostri sacerdoti per la loro continua e spesso nascosta dedizione e nel chiedere loro, con animo fraterno, di fidarsi sempre del Signore e di camminare con generosità e coraggio sulla via che conduce alla santità, confortando e sostenendo anche noi Vescovi nel medesimo cammino.
In questa Assemblea vi siete occupati anche dell’ormai prossimo Convegno ecclesiale nazionale che si svolgerà a Verona e al quale avrò anch’io la gioia di intervenire. Avendo per tema “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”, il Convegno sarà un grande momento di comunione per tutte le componenti della Chiesa in Italia. Sarà possibile fare il punto sul cammino percorso negli ultimi anni e soprattutto guardare in avanti, per affrontare insieme il compito fondamentale di mantenere sempre viva la grande tradizione cristiana che è la principale ricchezza dell’Italia. A tale scopo è particolarmente felice la scelta di mettere al centro del Convegno Gesù risorto, fonte di speranza per tutti: a partire da Cristo, infatti, e soltanto a partire da Lui, dalla sua vittoria sul peccato e sulla morte, è possibile rispondere al bisogno fondamentale dell’uomo, che è bisogno di Dio, non di un Dio lontano e generico ma del Dio che in Gesù Cristo si è manifestato come l’amore che salva. Ed è anche possibile proiettare una luce nuova e liberatrice sulle grandi problematiche del tempo presente.
Desidero infine condividere con voi la sollecitudine che vi anima nei riguardi del bene dell’Italia. Come ho avuto modo di rilevare nell’Enciclica Deus caritas est (nn. 28–29), la Chiesa è ben consapevole che “alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio” (cfr Mt 22,21), cioè tra lo Stato e la Chiesa, ossia l’autonomia delle realtà temporali. Questa distinzione e autonomia la Chiesa non solo riconosce e rispetta, ma di essa si rallegra, come di un grande progresso dell’umanità e di una condizione fondamentale per la sua stessa libertà e l’adempimento della sua universale missione di salvezza. In pari tempo, e proprio in virtù della medesima missione di salvezza, la Chiesa non può venir meno al compito di purificare la ragione, mediante la proposta della propria dottrina sociale, argomentata “a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano”, e di risvegliare le forze morali e spirituali, aprendo la volontà alle autentiche esigenze del bene. A sua volta, una sana laicità dello Stato comporta senza dubbio che le realtà temporali si reggano secondo norme loro proprie, alle quali appartengono però anche quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell’essenza stessa dell’uomo e pertanto rinviano in ultima analisi al Creatore. Nelle circostanze attuali, richiamando il valore che hanno per la vita non solo privata ma anche pubblica alcuni fondamentali principi etici, radicati nella grande eredità cristiana dell’Europa e in particolare dell’Italia, non commettiamo dunque alcuna violazione della laicità dello Stato, ma contribuiamo piuttosto a garantire e promuovere la dignità della persona e il bene comune della società.