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Bassetti: sono in Terra Santa le radici della nostra cultura

Intervista di Giuseppe Caffulli - Avvenire

Il rapporto con la Terra Santa «radice della nostra fede», l’impegno per il dialogo e la pace nel Mediterraneo, l’importanza dell’incontro con i fratelli delle altre religioni. Sono i temi affrontati dall’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, nell’intervista pubblicata nel numero di luglio-agosto 2018 della rivista Terrasanta che sarà in distribuzione da oggi. Avvenire anticipa ampi stralci della conversazione con il porporato. La rivista bimestrale, fondata nel 1921, che – come si legge nella testata – rappresenta «una voce per i cristiani d’Oriente» e si propone come strumento per una conoscenza approfondita della complessa realtà della Terra Santa. Tratta tematiche religiose, culturali, bibliche, archeologiche, ecumeniche ed è pubblicata dalle Edizioni Terra Santa che operano in seno alla Fondazione Terra Santa e sono il centro editoriale della Custodia di Terra Santa in Italia. Nate nel 2005, le Edizioni rappresentano il rilancio del Centro propaganda e stampa, già attivo a Milano dal 1930. Oltre al sito Terrasanta.net inaugurato nell’aprile 2006, le Edizioni curano due periodici: il tabloid Eco di Terrasanta e appunto il bimestrale Terrasanta. Le Edizioni promuovono anche iniziative di carattere culturale legate alla Terra Santa e al Medio Oriente: conferenze, presentazioni di libri, corsi. Al contempo, hanno raccolto l’eredità della Franciscan Printing Press (Fpp), stamperia francescana a Gerusalemme dal 1847 e coeditrice delle collane istituzionali promosse dalla Custodia di Terra Santa. Il catalogo di libri delle Edizioni Terra Santa comprende titoli a carattere scientifico, che riguardano in particolare la ricerca biblico-esegetica e l’attività archeologica legata al mondo della Bibbia e della cristianità orientale.
Ci è stato ripetute volte, anche di recente. Ma in Terra Santa l’eco della sua visita del 2014 è ancora vivo. Sia i rappresentanti delle Chiese cattoliche che i semplici fedeli si ricordarono delle celebrazioni semplici ma dense di significato che hanno accompagnato la visita del cardinale Gualtiero Bassetti nei Luoghi Santi, dal 4 al 7 dicembre di quasi quattro anni fa. Gerusalemme e Betlemme tra le tappe principali del viaggio dell’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e attuale presidente della Conferenza episcopale italiana, con gli ingressi solenni nelle principali basiliche delle due città.
«Mentre ero in adorazione al Santo Sepolcro – ricorda il porporato – sentivo Gesù che diceva: “Coraggio, pasci i miei agnelli. Pasci le mie pecorelle”. E io, presentando al Signore le mie difficoltà, mi sentivo rispondere: “Non temere, sono io che ti mando e ti darò forza”». Abbiamo incontrato Bassetti per chiedergli del suo rapporto con i Luoghi Santi ma anche per approfondire i tempi dell’incontro e del dialogo, oggi quanto mai necessario, sulla scorta dell’insegnamento che viene dall’incontro di san Francesco con il sultano a Damietta, di cui ricorre nel 2019 l’ottocentesimo anniversario (….).
 
Lei è stato varie volte in Terra Santa. Ci può raccontare le sue emozioni e il significato dei suoi ripetuti viaggi?
Sono stato ripetutamente in Terra Santa, ma ogni volta l’esperienza si rinnova, come se fosse la prima volta. Si va in Terra Santa non solo per motivi umanitari, per sensibilizzare oggi il cosiddetto Occidente alle necessità di quei territori martoriati, ma per ricevere sempre e di nuovo un messaggio non scritto, una linfa vitale. Siamo tutti noi, cristiani e credenti e tutta la nostra cultura, ad aver bisogno di riattingere a quelle radici. Nel dicembre 2014, a un mese di distanza da un precedente viaggio nella Striscia di Gaza con la delegazione della presidenza della Cei, tornai pellegrino nella terra di Gesù su invito della Custodia di Terra Santa, per fare il “solenne ingresso” nelle basiliche del Santo Sepolcro in Gerusalemme e della Natività in Betlemme. Una cerimonia pubblica e di benemerenza con cui la Custodia aveva voluto riconoscere, dopo quindici miei pellegrinaggi, un ruolo di incoraggiamento e di aiuto, che certamente oggi non può che continuare. Allora, e ancora nei miei viaggi seguenti, ho chiesto e chiedo a tutti la conversione del cuore, perché l’avvento di una pace giusta e duratura non rimanga solo un miraggio, ma diventi realtà per milioni di persone, nel segno della collaborazione, del rispetto e della concordia tra i popoli.
 
Il 22 gennaio scorso, aprendo la sessione del Consiglio permanente della Cei, lei ha proposto un’iniziativa dei vescovi italiani per contribuire alla pace. Un incontro rivolto ai vescovi dei Paesi che s’affacciano sulle sponde del Mare che unisce Europa, Africa e Medio Oriente e che si ispira a un’iniziativa storica e profetica di Giorgio La Pira. Di cosa si tratterà?
In attesa di nuovi pronunciamenti in sede ufficiale, non posso che rinviare a quanto è stato già detto nelle sedi opportune dai vescovi italiani, i quali hanno espresso il loro sostegno a un “Incontro di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo” che coinvolga i paesi che si affacciano sulle sue sponde. L’occasione del “lancio” è stata il mio viaggio in Libano, nel marzo scorso, durante il quale i patriarchi d’Oriente si sono ritrovati assieme per consegnarmi idealmente croci e speranze dei cristiani di Libano, Siria, Iraq, Armenia. Messaggio di dolore ma anche di profezia, guardando dall’alto del santuario della Madonna del Libano quel mare Mediterraneo che Giorgio La Pira contemplava come “grande lago di Tiberiade”.
Non poteva che essere quella l’occasione per proporre un incontro corale, da tenersi nell’Italia che si protende in questo immenso lago.
Si tratta in ipotesi di un’iniziativa organizzata dalla Cei, che vede certamente il parere favorevole del Papa, sulla quale tutti possono già convergere con la preghiera come un primo incontro, in attesa di quello fisico tra le persone che rappresentano le comunità religiose. Si comprende come ci si stia ancora lavorando e si chiede tanta preghiera e comunione spirituale in preparazione a questa auspicabile “costruzione di pace”: è interesse di tutti che l’incontro sia preceduto e seguito da iniziative non sporadiche di dialogo e conoscenza reciproca.
 
Dal 2009 lei è arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, nel cuore dell’Umbria che è anche terra francescana Il biennio 2017-2019 segna l’ottavo centenario dell’arrivo dei francescani in Terra Santa e l’incontro di Francesco a Damietta Quale riflessione le suscita questo anniversario? In che modo la Chiesa italiana può capitalizzare il lascito di Francesco nel campo dell’incontro e del dialogo?
È importantissimo rivisitare oggi le qualità francescane di incontro, dialogo e rispetto, tra le righe di tutta la vita del santo e non solo nel famosissimo episodio dell’incontro con il sultano, di cui pure non si deve dimenticare la straordinaria attualità e l’insegnamento e l’esempio interreligioso. La qualità, il timbro di quell’incontro è infatti come preparato da tutta la vita, da tutto il carattere di Francesco, dalla sua gioia di incontro sempre viva, persino nella fase conclusiva della sua esistenza terrena; da tutta la sua vocazione, a partire dalla sua giovinezza ardente che non si accontenta di stereotipi, di luoghi comuni, ma vuole approfondire: in famiglia, con gli amici, con le gerarchie ecclesiastiche. La voglia autentica di incontro con l’altro, il diverso, l’incontro con il sultano come l’intera vicenda di Francesco porta con sé un grande insegnamento: bisogna lavorare moltissimo sulla formazione dei nostri giovani, ma anche imparare da loro, dare fiducia a loro e alle loro domande, perché sono in grado di andare verso l’altro senza i pregiudizi e le cristallizzazioni che talora rischiano di sclerotizzare le nostre società. Occorre intensificare, non solo per comandamento, ma con autentica voglia di incontro e di conoscenza, il dialogo interreligioso che non ci allontana, bensì ci riconduce alle radici dell’identità evangelica.

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20 luglio 2018

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