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Canestro è…
fare punto in cielo

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Uscire da sé, sperare, aprirsi verso l’alto: per fare canestro è giocoforza. Pallacanestro, sport che fa squadra, fa gruppo; sport che tende al cielo e fa punto in alto… La metafora funziona per la vita, specie quando a proporla è un professionista della pallacanestro, uno abituato ad allenare la serie A. Marco Calamai questo sguardo e questa passione li ha portati con sé anche quando – sedici anni fa – ha iniziato a lavorare con i disabili mentali; o, meglio, a costruire squadre miste, dove i disabili giocano con normodotati. E il beneficio ricade su tutti: “Non credo a chi dice che i nostri adolescenti sono sfaticati – dice – perché quando vedono la verità di un impegno, ci stanno; e l’interazione diventa a doppio binario, una ricchezza educativa che plasma giovani diversi”.
La tavola rotonda, promossa sabato 19 all’interno del Convegno nazionale Catechesi e Disabilità (Osimo, 18-20 marzo), è seguita con attenzione dai 150 partecipanti.
Andrea Canevaro, dell’Università di Bologna, fa capire quanto il pietismo impoverisca il disabile, spingendolo nel vittimismo, fino ad approfittarne, fino a sconfinare in quelle forme malate di protagonismo, che svende anche la dignità pur di conquistare una sua visibilità. Il docente non nasconde la sua preoccupazione a fronte di una politica preoccupata semplicemente di contenere i costi: “La storia europea del secolo scorso ci insegna dove porta una cultura che guarda al malato mentale, al povero, al disabile come a persone improduttive, su cui si può anche tagliare….”. L’appello di Canevaro diventa quello di “abitare questo mondo con le nostre disomogeneità”, senza per questo arrivare ad escludere nessuno dalle reti sociali.
“Libertà non è stare su un albero… Libertà è partecipare”. La canzone di Giorgio Gaber toprna sulle labbra di Sergio Zini, presidente della Cooperativa sociale “Nazareno”, organizzatrice del Festival Internazionale delle abilità differenti. “Ognuno di noi – commenta – ha dentro un bisogno enorme di partecipare a relazioni significative: paradossalmente, essere libero significa appartenere ad un altro, arrivando perfino ad esserne dipendente”. Una realtà, quest’ultima, espressa chiaramente dal disabile – osserva Zini –, una lezione per noi, che pensiamo di essere autosufficienti”.
Parole sulle quali si aggancia l’intervento di Fabio Ferrucci, dell’Università degli Studi del Molise, che – citando lo scrittore Giuseppe Pontiggia – chiosa: “Nascere due volte significa che le persone con disabilità devono imparare a muoversi in un mondo, compreso quello del lavoro, che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare, perché diventi rinascita”
A margine della tavola rotonda, Angelo Bianchi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha tratteggiato una storia della cura e dell’educazione dei disabili nell’Italia dell’Ottocento e del Novecento: una parabola di istituti e di congregazioni religiose, “un’autentica primavera nella Chiesa”, che hanno saputo rinnovarne l’azione pastorale, offrendo risposte puntuali ai bisognosi; risposte che hanno permeato la cultura del continente europeo.
19 marzo 2011

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