Il grande poeta Giorgio Caproni (1912-1990) era, nella vita di tutti i giorni, un maestro elementare: mestiere svolto con entusiasmo, come mostrano i suoi diari. Da Avvenire del 4 giugno 2010 (pag. 25) Fulvio Panzeri presenta il volume "Giorgio Caproni maestro" di Marcella Bacigalupi e Piero Fossati (ed. Il Melangolo, pagg. 300, euro 16) in libreria in questi giorni.
Sui banchi con Caproni
di Fulvio Panzeri
Forse il problema della scuola oggi, della mancanza di credibilità che ha assunto nella nostra realtà, è frutto di una 'malattia' cronica, che si è andata degenerando. Lo confermano le parole di un grande poeta del Novecento italiano, Giorgio Caproni, che prima ancora di essere poeta, era maestro elementare, un 'maestro per caso', come lui si definiva, che si è guadagnato da vivere principalmente con l’insegnamento, rifiutando, quando gli si era presentata l’occasione, per una sua integerrima moralità, di trovare un posto nell’ambito editoriale o dei programmi radiofonici. Su uno dei suoi registri, dove allora gli insegnanti redigevano una sorta di 'diario di classe', all’inizio degli anni Sessanta, scrive: «Mi sono accorto quanto poco siamo stimati noi maestri elementari, proprio grazie ai miei… successi letterari.
'L’Europeo' in prima fila si è chiesto come mai io, nonostante tutto, faccia il maestro di scuola .
Come se fare 'il maestrino di scuola' fosse un 'mestieruccio' o comunque fosse più facile che 'fare' il poeta. Di chi la colpa? Ma anche questo è un segno della frattura esistente tra scuola elementare e società». E di maestri di scuola, di un livello 'letterario' piuttosto alto ce n’era in giro, in quei tempi, basti pensare a Leonardo Sciascia, il 'maestro di Regalpetra', a Lucio Mastronardi e al suo 'maestro di Vigevano', a Gianni Rodari, innovatore poi della letteratura per ragazzi in Italia. Con un mistero nel suo rapporto con Caproni: entrambi maestri, entrambi collaboratori della stessa rivista in quegli anni, entrambi acuti conoscitori del mondo infantile, eppure nessuno dei due parla dell’altro. Perché questo silenzio? È uno dei tanti motivi d’interesse di una ricerca appassionata e precisissima di Marcella Bacigalupi e Piero Fossati, che l’hanno raccontata in un saggio che si legge come un romanzo critico, in cui si nascondono molte storie, quelle dei rapporti editoriali per un’antologia di poesie per i ragazzi fa fare con Carlo Betocchi; quelle di alcuni iniziali dissapori con i direttori didattici; quelle della vita quotidiana della scuola; quelle di un metodo nuovo e rispettoso della figura del bambino come persona. Si intitola Giorgio Caproni maestro (pagine 300, euro 16,00), in questi giorni in libreria, pubblicato da Il Melangolo. La storia di Giorgio Caproni, che ha sempre considerato il fatto di essere 'maestro' come un’attività «ben normale, non poeticizzabile» e l’ha sempre svolta «ben volentieri», forse anche perché cosciente di una responsabilità etica, quella della formazione, non è la semplice vicenda di un poeta che per vivere ha bisogno dell’onesto stipendio da insegnante, ma ci offre lo spunto per molte riflessioni sul ruolo dell’istruzione e dell’insegnamento e su una metodologia didattica che è nuova, anzi ancor più necessaria, oggi. Caproni sa benissimo qual è il suo compito e, ancora su un registro, appunta: «Tengo sempre presente che il mio dovere è quello di formare la personalità dei giovani affidatimi, e che le 'nozioni' non sono che mezzi qualsiasi (o quasi) di conversazione (e di scoperta) per raggiungere lo scopo. Scopo difficile, arduo, che richiede la stessa passione e capacità di annullamento e di suggestione a un tempo – dico capacità di comunicazione – richiesta dalla poesia e da ogni altra attività creativa». Ecco cosa ci ricorda Caproni: che l’istruzione è creatività e deve ritornare ad essere tale, forse prendendo esempio da lui che in classe montava i trenini, che leggeva le poesie, che aveva creato una bibliotechina di classe.
Lo scrittore Antonio Debenedetti, che è stato allievo di Caproni, da piccolo, ricorda: «Che maestro straordinario Giorgio Caproni!
Insegnava l’aritmetica senza apparentemente occuparsi di numeri e operazioni, mostrando di avere altro nella testa. A volte scriveva un verso, il primo di una possibile filastrocca, chiedendomi di suggerirgli quello successivo».
Amava stare con 'gli ultimi', con i 'trovatelli' che venivano da un istituto di suore e frequentavano varie classi. Alcuni erano stati suoi alunni e negli ultimi anni della sua carriera d’insegnante aveva convinto il direttore a creare una classe composta solo da loro e ad affidargliela. Ricorderà Caproni stesso: «Odiavano tutti e tutto. Io allora li misi assieme e cominciai a stare e a vivere veramente con loro. È stata la più bella esperienza della mia vita d’insegnante. Quando camminavo per strada mi venivano dietro felici, poi venivano a casa a trovarmi. Li trattavo da pari: leggevo loro poesie e facevo ascoltare musica… Anch’io insieme a loro ero felice». Anche questo è parte di quella pedagogia che Caproni ha messo in pratica che esulava dalle prescrizioni burocratiche per rivendicare libertà didattica, creatività, insegnamento come attività ludica, ricorso agli interessi degli alunni.
Era convinto, come scrive in un registro, che «il programma sta nel metodo, nelle circostante del momento, e queste sono cose che in un piano mensile non si possono tracciare, tanto meno a priori». E fa un esempio folgorante: «Giorni fa stavo spiegando che la linea retta è una linea senza principio e senza fine, e che perciò non si può misurare. 'Come Dio' salta su C., il più giovane della classe. E in quel momento tutta l’attenzione della classe era fissata sull’infinità di Dio. Quale maestro non avrebbe 'abbandonato' la geometria per 'passare' alla Religione, approfittando di quel momento? E questo soltanto perché la Religione era fissata in un altro giorno?».